Serata assai interessante quella che si è tenuta ieri al Transilvania
Live di Milano, che ha sancito il ritorno dei Dismember a Milano, dopo
lo strepitoso “Master of Death tour” dello scorso anno, e soprattutto
dopo la recente e dolorosissima dipartita del drummer storico Fred Estby.
Il pacchetto del concerto è stato completato da tre band italiane, tra
le quali sino ad ora avevo sentito solo gli Aleph, che tra l’altro sono
stati incaricati di aprire le danze.
Un’annotazione, prima di entrare nella descrizione dei concerti, mi
sento di farla nei confronti dell’organizzazione, rea a mio avviso di
aver programmato l’esibizione delle bands ad un’ora troppo tarda,
partenza alle 22 e 15 e finale attorno all’1 e 45, che alla fine ha
penalizzato gli headliner, costretti a fermarsi ad un set di 45 minuti,
tagliando brani del calibro di “Casket Garden” e la consueta “Dreaming
in red”, posta solitamente in chiusura dei loro show.
Come dicevamo poco sopra sono stati i bergamaschi Aleph a dare il
via alle ostilità con “Voices from below”, traccia inedita che andrà a
far parte del prossimo lavoro, in uscita nel primo semestre del prossimo
anno, che -stando a quanto riferitomi dalla band- dovrebbe essere
maggiormente violento.
A seguire, i bergamaschi ci propongono un quartetto di tracce prese dal
loro disco “In Tenebra”, che tra l’altro ha goduto un po’ ovunque di
attestati di stima da parte della critica; nello specifico vengono
proposte “The fallen”, “Unfaithful”, la sempre ottima “Mother of all
nightmares” ed “Acid Tears”. Debbo dire che il quintetto si è ben
comportato, proponendo in maniera convincente il proprio death, pervaso
da momenti acustici e di dense atmosfere dettate dalle pertinenti linee
di tastiera. Un plauso convinto a questi ragazzi. (Voto 7)
A seguire è il turno dei Cubre, band anch’essa italiana, autrice
di due full lenght, dei quali l’ultimo “Sights of unstable flows”, edito
lo scorso anno, ha fatto gridare al miracolo più di un recensore. Le
coordinate stilistiche fanno riferimento ai Neurosis, Converge,
Dillinger Escare Plan e nelle parti più schizzate simil grind, anche ai
Napalm Death.
Il quartetto ha oggettivamente implementato la platea sotto il palco,
travolgendo le prime file grazie alla propria attitudine senza
compromessi e alla grande vitalità del singer Berto. Il problema sta
però nella difficile fruibilità di questo mix sonoro di fronte a questo
tipo di pubblico; difatti, nonostante tutto l’impegno profuso dalla
band, molti spettatori optano per farsi una birra. (Voto 5,5)
Dopo un quarto d’ora viene il turno dei blackster milanesi Mystical
Fullmoon, autori di un black metal talora elettronico, talora
doomeggiante, pur mantenendo sempre un occhio di riguardo alla
componente più aggressiva del loro sound.
Il combo meneghino nei tardi anni 90 ha dato alle stampe un demo, un
promo ed un cd composto da sei tracce, e, dopo sette anni di silenzio,
attenuato mediante la partecipazione a progetti paralleli, sembra che
stiano per uscire con un full lenght nuovo di pacca.
Francamente non so se nel periodo di stasi compositiva i Mystical
Fullmoon abbiano dato vita a dei concerti dal vivo, ma quella di ieri
sera al Transilvania è stata un performance con qualche ruggine
arretrata. Partiamo dall’impasto sonoro che già di per sé ha costretto
la band sulla difensiva, visto che spesso e volentieri la voce profusa
dal singer Gnosis (già deficitaria di suo) veniva coperta dagli altri
strumenti, penalizzando fortemente la resa del combo lombardo. Ho
trovato invece più che discreto il lavoro svolto alle chitarre da Hexe,
mentre in qualche situazione la tastiera avrebbe potuto osare di più.
Nel complesso la performance dei Mystical Fullmoon non è stata
memorabile. (Voto 5)
Finalmente (è l’una di notte) è il turno degli headliner, gli Swedish
Gods Dismember, che salgono su di un palco agghindato con
bandiere dei loro gruppi preferiti (Iron Maiden, Motorhead, Judas Priest)
a celare gli amplificatori, ed un pupazzo dei Teletubbies con tanto di
bandiera finlandese posta verticalmente in modo da creare una croce
rovesciata.
Come al solito, con la consueta attitudine scanzonata, senza prendersi
troppo sul serio, ci sparano in faccia una ferale “Fleshless”, seguita
dalla sempiterna “Pieces” e dalla roboante “Of Fire” vero e proprio inno
di battaglia.
Il pubblico, non numerosissimo, che si attesterà a poco più di un
centinaio di intervenuti si esalta col poderoso death svedese proposto
dalla band, nonostante la dolorosissima defezione di Fred Estby, il cui
posto temporaneamente è stato preso da Thomas Daun (ex Repugnant,
Insision, Subvision). Il cambio della guardia -dovuto a motivi
esclusivamente familiari di Fred- ovviamente ha portato gli svedesi a
perdere un grandissimo personaggio, dalla grande carica in sede live
(memorabili le smorfie mentre picchiava forte sui tamburi), nonché
songwriter e produttore degli ultimi dischi della band (da “Death Metal”
in poi). Il sostituto però debbo dire che mi è piaciuto per la potenza e
la precisione che ha lasciato fuoriuscire dalle pelli, mostrandosi a suo
agio coi nuovi compagni d’avventura.
Giunge così “Trail of the dead”, primo estratto dall’ultimo capitolo
della band, che però lascia subito spazio ad un trittico da infarto
composto dalle seminali “Skinfather”, “Deathevocation” e “Skin Her alive”.
È sempre incredibile vedere la capacità di divertirsi on stage da parte
degli svedesi, soprattutto quando accolgono i fans on stage a fare
headbanging, oppure nel mostrare bizzarre espressioni minacciose (che
scambiavano Martin Persson e David Blomqvist) contro l’impotente
pupazzetto dei Tubbies depositato sopra un amplificatore.
A seguire ecco il turno della composizione più maideniana dei Dismember:
“Tragedy of the faithful”, dove le chitarre si sono esaltate a fare il
verso all’accoppiata Smith/Murray. Come di consueto Matti Karki,
imitando la crocifissione (citata anche nel video della canzone),
introduce “Soon to be dead”, seguita dalla pesante “Autopsy”.
La parte finale del concerto viene affidata a “Let the napalm rain”, ad
una gagliarda “On Frozen Fields”, per giungere al gran finale costituito
dall’epocale “Override of the Overture” che scatena il definitivo
massacro in sala.
Quando tutti si aspettano i doverosi bis (almeno “Dreaming in red”),
ecco la doccia gelata: i tecnici cominciano a smontare l’attrezzatura,
lasciando molto disappunto nei confronti dell’organizzazione che ha
fatto sì che il concerto finisse attorno alle due di notte, rendendo di
fatto impossibile la regolare esecuzione dei bis da parte degli
headliner.
A conti fatti anche questa sera i Dismember hanno dimostrato, qualora ce
ne fosse ancora bisogno, di essere una band di caratura superiore, e
nonostante gli anni (e verrebbe da dire anche i membri stessi del
gruppo) passino, loro sono sempre lì a regalarci grandi pagine di death
metal. (Voto 8,5)
Setlist
Dismember:
Fleshless
Pieces
Of Fire
Trail of the dead
Skinfather
Deathevocation
Skin Her alive
Tragedy of the faithful
Soon to be dead
Autopsy
Let the napalm rain
On Frozen Fields
Override of the Overture