Ore 21:20 circa, è di scena la Metal band più veloce del pianeta,
ovvero i Dragonforce, sbarcati per la terza volta in Italia
nel corso degli ultimi due anni.
Se alla prima uscita in terra italica in quel del Gods Of Metal
bolognese dell’estate 2005 suscitarono un notevole interesse e
colpirono per la loro esibizione, la stessa cosa non può dirsi
della data milanese dello scorso febbraio al Rolling Stone, nella
quale probabilmente pagarono a caro prezzo il fatto di essere gli
“sparing-partner” dei teutonici EdGuy, dimostrando di non avere
ancora raggiunto la definitiva maturità che una band deve
dimostrare soprattutto in sede live.
Più probabilmente però si trattò solo di una serata “no”,
considerando che in questa occasione la band londinese si è
dimostrata nettamente all’altezza della situazione, non tradendo
le aspettative dei fans.
I Dragonforce, ormai, non possono essere più considerati una
semplice rivelazione, ne sono la testimonianza i tre album già
pubblicati, tutti di ottima fattura, tutti conoscono le gesta del
combo londinese più "internazionale" della scena metal
contemporanea.
Ma ora parliamo di musica, che è il fulcro della serata, e che
come al solito riesce a mettere sempre tutti d'accordo.
La band va a 180 all'ora otto volte su dieci, e le restanti due si
limita ad andare a 150! Se fosse un team di formula uno o moto
mondiale, sarebbe certamente da podio, degna della miglior McLaren
o Honda Hrc!
Il palco è ben congegnato, con un’ulteriore pedana che permetteva
a tutti, anche della ultime file, di vedere bene la band, la
batteria è posta insolitamente non al centro, ma sulla sinistra,
mentre alla destra spiccavano le tastiere, lasciando lo spazio
centrale libero per le acrobazie e i salti mortali degli altri
ragazzi. Sempre nella parte centrale del palco faceva capolino un
enorme cronometro luminoso tratto dall'artwork dell'ultimo lavoro,
il cui cauntdown è durato 3 minuti, giusto il tempo della intro
degli Slayer, la devastante “Reign in Blood”, prima che i
Dragonforce si impossessassero del palco.
Ottime le luci e i fumi, i suoni sono pressoché perfetti, senza
sbavature (apro una piccola nota durante il concerto ho avuto modo
di osservare da vicino il lavoro svolto al mixer, spesso si
giudica la band sul palco senza considerare che dietro c'è un
lavoro molto più grande, fatto da gente "invisibile")
Ottima la scaletta che vede molte song tratte dall’ultimo “Inhuman
Rampage”, si inizia con “Black Fire”, e la devastante “My Spirit
Will Go On”, ZP Theart è ispiratissimo, ma la vera attrazione (e
non è un modo di dire) sono i due chitarristi Sam Totman e Herman
Li che dettano i tempi, sfoderano tutta la loro bravura con riff
esaltanti, accordi sparati al limite dell’impossibile, e
soprattutto salti mortali su e giù per il palco e i vari
trampolini circensi. Il pubblico presente in sala è palesemente
soddisfatto e divertito, mentre il resto della band svolge il suo
compitino senza alcuna sbavatura. Dopo un trittico micidiale
composto nell’ordine da “Operation Ground and Pound”, “Revolution
Deathsquad” e “Trail of Broken Hearts”, arriva anche per Vadim
Pruzhanou il momento di dar spettacolo, gettando il guanto di
sfida ai due chitarristi, con le sue tastiere, proponendo fra le
altre cose la colonna sonora di Super Mario!
Si prosegue con “Soldiers of the Wasteland”, che considero senza
dubbio il momento più esaltante della serata, una song talmente
trascinante che induce al pogo senza rendersene conto, da notare
l’estrema disinvoltura –che sfocia nella spavalderia- di Sam e
Herman, durante l’esecuzione del riff. Questi due musicisti sono
davvero di una categoria superiore, tutta la band sembra girare
introno a loro, e poco importa se spesso ZP Theart e persino Dave
Mackintosh, non riescono a star loro dietro, del resto questi
ragazzi vogliono solo divertirsi e divertire il pubblico, anche a
discapito della perfezione stilistica.
Le restanti songs scorrono velocemente, fra i riff di “Storming
the Burning Fields”, gli splendidi refrain di “Fury of the Storm”
e “Valley of the Damned”, per finire con la classica “Prepare for
War”!
Buona anche, la prestazione dei Firewind, band che senza
infamia senza lode, ha aperto degnamente la serata e che nelle sue
fila, il valore aggiunto è senza dubbio Mark Cross, drummer di
esperienza consolidata che per un breve periodo ha avuto anche
l'onore di suonare con gli Helloween collaborando alla
registrazione del discusso (non per chi scrive) “Rabbit don't come
easy”.
Scaletta risicata per questa band, il cui vocalist ha saputo
tenere bene il palco, per il resto sono apparsi come un gruppo
normale che non passerà certo alla storia, ma che alcune song sono
risultate gradevoli e interessanti... da rivedere in altro
contesto. (Voto 6)
E per finire, alcune considerazioni da fare.
Come è possibile che alla loro terza presenza nel bel paese,
questo ragazzi siano già riusciti a conquistare il palco di uno
dei club più prestigiosi d'Italia, senza dubbio il più importante
del milanese, e poco importa se si tratta del palco A o del palco
B?
Ovvio, che questo vuole essere solo uno spunto di riflessione,
detta in soldoni, come mai gli EdGuy suonano al Rolling Stone e i
Dragonforce all'alcatraz?
Personalmente ritengo che la live dovrebbe valutare meglio certe
location, una serata come quella di lunedì sei novembre, in un
contesto più ridotto e quindi più caloroso,avrebbe avuto una resa
maggiore, considerando che il pubblico presente in sala era di
circa trecento unità, ad essere buoni; però queste trecento
irriducibili anime alla fine possono ritenersi soddisfatti dello
show al quale hanno assistito! (Voto: 8,5)
Setlist
Black Fire
My Spirit Will Go On
Operation Ground and Pound
Revolution Deathsquad
Trail of Broken Hearts
Keys Solo
Soldiers of the Wasteland
Storming the Burning Fields
Fury of the Storm
Valley of the Damned
Prepare for War