CRUCIFIED BARBARA:La terza giornata di questo Gods of Metal 2006
si apre con l’esibizione delle Crucified Barbara, combo interamente
femminile, che per questa breve -ma importante- occasione, saccheggia il
proprio primo disco “In distortion we trust”.
Il rock proposto dal quartetto svedese è genuino, non eccessivamente
pretenzioso, e suscita la simpatia del pubblico (forse anche per
l’avvenenza di due delle quattro ragazze?). Dopo una manciata di brani
suonati in una ventina di minuti abbondanti -ma non prima di averci
detto quanto è strano bersi delle birre alla mattina- le nostre salutano
il pubblico ed abbandonano il palco. (Voto: 6) (L)
SONATA ARTICA:Ore 10.55 è il momento dei Sonata Arctica, la
simpatica band finlandese è il secondo act a salire sul palco di questo
sabato, nel quale -almeno per il momento- il sole sembra dare una
tregua, il tutto a vantaggio della marea di ragazzi che hanno assiepato
fin dalle prima ore del mattino l'Idroscalo di Milano, visto e
considerata anche la presenza annunciata (e discussa) di un'apposita
area riservata per i primi tremila fan che si sarebbero presentati ai
cancelli.
La splendida coreografia che richiama l'artwork di “Takatalvi”,
(sicuramente fra la più belle viste al Gods di quest’edizione) è già
pronta, la band sale sul palco accolta dall'urlo dei fans. Tony Kakko si
presenta col suo solito look folkloristico, e apre subito con la
poderosa “Misplaced”, seguita da “Black Sheep” e “Blinded No More”, i
ragazzi sono ispirati, e vogliosi di dimostrare il proprio valore, la
scaletta prosegue proponendo altri brani storici, fino a quando arriva
la tanto attesa “My Land”, vero cavallo di battaglia dei Sonata Arctica.
L'epilogo spetta a “Don't say a word” e “The Cage”; nel complesso è
stata una buona prestazione, divertente, e senza tanti fronzoli, suoni
perfetti, il pubblico si è divertito, i ragazzi sul palco anche, peccato
per il calo di Kakko nel finale, ma tutto sommato nessuno ci ha fatto
caso, e mi sento di dire ancora una volta: “Bravi Sonata!”. (Voto: 7) (F)
EDGUY:Mancano una
manciata di minuti a mezzogiorno quando un ciclone di nome Edguy si
abbatte sul Gods of Metal. Si parte con una roboante e divertentissima
“Lavatory Lovemachine”, seguita a raffica da “Babylon” e “Tears of a
mandrake”. È inutile sottolineare la straordinaria attitudine live di
questi ragazzi –chi li ha già visti all’opera, sa di cosa parlo- e
soprattutto quella del leader carismatico della band: il singer Tobias
Sammeth. Lo vedi correre per tutta la lunghezza del palco, saltare,
sgambettare, incitare il pubblico, e scalare come un pazzo l’impalcatura
del palco, arrivando a portarsi all’altezza delle casse più alte (con
conseguenti problemi nella ridiscesa).
Il suono della band è abbastanza buono, mentre la forma della band è
smagliante. Giunge così il momento dell’opener dell’ultimo album (Rocket
Ride) “Sacrifice”, seguita da una grande “Mysteria” e dall’ormai
classico “King of Fools”.
Il pubblico, nonostante l’ora, mostra di divertirsi per l’attitudine
allegra e scanzonata della band, che chiude i suoi tre quarti d’ora di
set con “Vain Glory Opera”, ripescata, come consuetudine dall’omonimo
disco. Grandiosi! (Voto: 9) (L)
ANGRA:Terminata
l'esibizione dei travolgenti EdGuy, è la volta degli Angra a dover
salire sul palco di questa decima edizione del Gods of Metal.
La mia curiosità di rivedere dal vivo il combo brasiliano è tanta, anche
perchè gli Angra sono una di quelle band che ho seguito e amato fin
dagli esordi, inoltre ero molto curioso di rivederli
in azione dopo la sfortunata (non per colpa loro) prova del C-Side del
2005. Chi c'era quella sera ricorderà bene, il modo in cui la band
dovette terminare il proprio concerto.
Questa volta però la location è ben diversa, e sin dalle prime canzoni,
traspare nei ragazzi un'allegria e una semplicità di stare sul palco,
tale da coinvolgere il pubblico, che non si risparmia un attimo,
incitando a gran voce la band.
Aprono “Deus le volt” e “Spread your fire”, ed è una gran festa, segue
un brano che non ha bisogno di presentazioni, “Nothing to say” che con
“Carolina IV” e la fantastica “Rebirth”, va a formare un trittico che
lascia il segno!
Ed ecco il momento tanto atteso, non nascondo la mia emozione nel
sentire le note della magnifica “Carry on”. La band carioca era in
debito verso il pubblico italiano, quella sera al C-Side non poterono
suonarla, anche se loro avrebbero voluto, ma oggi hanno regalato ai fans
una prestazione superlativa. Si chiude con “Nova Era”.
Consapevole del fatto che possono piacere o meno, gli Angra sono
comunque una di quelle band che non si può discutere! (Voto: 8,5) (F)
GAMMA RAY:Emozioni,
adrenalina, grinta, divertimento, ritmi elevati, in una parola Gamma Ray!
Ebbene si, la maggior parte degli addetti ai lavori, dei fans, e non
solo loro, aspettavano con curiosità il terzo giorno del Gods, visto che
l'occasione di veder salire sullo stesso palco, a distanza di poche ore,
sia gli Helloween sia i Gamma Ray, è delle più ghiotte. Vari rumors
facevano sperare in una session fra le due band (così come avverrà per
dieci minuti sabato 15 luglio al Monster of Rock
http://www.mastersofrock.cz/home.php ) o quantomeno la presenza di
Kai Hansen con le Zucche, invece, chi si aspettava tutto ciò, è rimasto
a bocca asciutta, anche se alla fine del concerto non potrà dire
certamente di essere rimasto deluso, anzi!
La prova di Sua Maestà e compagni, infatti è stata a dir poco
superlativa. L'inizio dello show è dei più travolgenti, con tre granate
sparate senza pietà sul pubblico sotto il palco, che rispondono al nome
di “Gardens of the sinner”, “Men on a mission” e “New world order”!
La band è ispirata, i presenti nell'area riservata sotto il palco si
scatenano in un pogo infernale, che prosegue durante l'esecuzione di
“Fight” e “Blood religion”, e diventa a dir poco devastante, quando
dalle magiche corde della chitarra di Kai Hansen prende vita la potente
“Heavy metal Universe”. Si scatena il delirio, e chi, come il
sottoscritto, era nel bel mezzo del ciclone, può confermare.
Già così lo show può considerarsi da 8, tutto è andato per il migliore
dei modi, i suoni, il calore del pubblico, la band con gran voglia di
dimostrare il suo valore, ed invece ecco quello che non ti aspetti,
ovvero, nell'ordine “Ride the sky”, “Future world” e “I want out”, che
fanno male come tre pugni diretti in pieno stomaco, la polvere che si
alza dal pogo è notevole, il pubblico accompagna ogni singola nota, ogni
singolo coro. È qualcosa d’indescrivibile, chissà cosa deve aver pensato
Weikath, che in quello stesso momento stava tenendo una conferenza
stampa in uno stand del Gods.
Dopo quasi un'ora di musica è arrivato il momento del congedo, compito
affidato alla schiacciasassi “Rebellion in dreamland”.
E adesso c'è solo la curiosità di vedere come risponderanno gli
Helloween alla prova maiuscola offerta dai cuginetti Gamma Ray, il derby
è appena iniziato! (Voto: 9,5) (F)
STRATOVARIUS:Dopo
il terremoto Gamma Ray, tocca i finlandesi Stratovarius cercare di non
sfigurare in maniera troppo plateale di fronte al pubblico meneghino.
Pronti, partenza e via, “Haunting high and low” apre le danze (così come
avvenne per il tour), seguita dalla sempreverde “Paradise”, che esalta i
presenti , facendoli cantare a perdifiato.
La band si presenta con un Timo Kotipelto ben carico, che più volte
chiama a supporto il pubblico, ed un Timo Tolkki in tuta, che appare
felice di poter suonare a questo importante festival.
A questo punto gli Strato rispolverano un brano dell’era “Destiny”,
quella “A Million Lightyears away” che non suonavano da parecchio,
susseguita da “Speed of Light” e “Kiss of Judas”.
Nei primi brani Timo Tolkki lamentava un suono troppo alto di chitarra,
poi successivamente rettificato, mentre un solito plauso va alla sezione
ritmica, ed al tastierista Jens Johansson.
Lo spettacolo prosegue con le tralasciabili “Eagleheart” e “United”
(peraltro unico estratto del nuovo disco).
Nel finale viene rispolverata anche “Phoenix”, rimasta in soffitta da
tempo, e per chiudere il classico “Black Diamond”, ben interpretata
dagli Stratovarius. Termina così il set dei finnici, con il gruppo che
si allinea di fronte alla platea e s’inchina in mezzo agli applausi
degli astanti. Da parte nostra possiamo parlare di una prova positiva,
ma non entusiasmante, in quanto la band pur sfornando una prova
professionalmente valida, è apparsa troppo algida, inoltre (purtroppo)
sono stati inseriti dei filler in setlist. (Voto: 7) (L)
HELLOWEEN:Diciamolo
subito, nello scontro fra Helloween e Gamma Ray o Hansen Vs Weikath, che
dir si voglia, il vero trionfatore è stato il buon vecchio Kai.
Questo non significa assolutamente che gli Helloween non siano stati
all'altezza della situazione, la band di Amburgo tutto sommato ha
fornito una prova senza infamia senza lode, non certo scevra da errori,
ma nel contempo densa di divertimento, senza però far gridare al
miracolo.
La sfortuna degli Helloween è stata quella di suonare dopo i Gamma Ray,
i quali poche ore prima, avevano incantato i fans accorsi a quest’edizione
milanese del Gods of Metal.
Avrebbero dovuto fare un miracolo, ma il miracolo non c'è stato, e tutto
si è ridotto allo svolgimento del classico compitino che in questo caso
risulta notevolmente ridimensionato.
È l’intro della mega suite “King For 1,000 Years” ad aprire le danze,
brano che seppur reputo fra i migliori dell'intera produzione
helloweeniana, personalmente non avrei riproposto in un festival in cui
i tempi sono ristretti, a maggior ragione perchè Weikath e soci sono
reduci da una fortunata tournée che ad inizio anno ha toccato anche il
nostro Paese.
Al posto di una suite di sedici minuti avrei ascoltato molto più
volentieri due brani in più, e invece si prosegue con “Eagle Fly Free”,
sulla quale non sprecherò altri commenti, questa è una perla, una di
quelle canzoni che da sole vale il prezzo del biglietto!
La scaletta prosegue con “Hell Was Made In Heaven”, e la successiva “A
Tale That Wasn't Right”, una delle ballad più belle della storia della
musica, che tuttavia in un festival, e oltretutto in pieno giorno perde
molto del suo fascino, ma diciamoci la verità, ascoltare quel guitar
solo struggente e carico di emozione, è sempre un piacere!
La divertente “Mr. Torture”, “If I Could Fly” e soprattutto la pomposa
“Power”, sono gli episodi più convincenti dello show, dimostrazione che
quando Andi Deris entra nel territorio di sua competenza riesce a dare
il meglio di sé.
Da contraltare c'è un finale che lascia il sapore dell'amaro in bocca,
rappresentato da un’interminabile “Future World” jammata per la quale
vale lo stesso discorso fatto in apertura per “King For 1,000 Years”, mi
chiedo che senso ha allungare il brodo con cori e coretti che non
coinvolgono nessuno, quando il tempo è tiranno. Non ci stava meglio una
“Rise and Fall” o una “I Can” in più?
La simpatica “Mrs God”, non è certo il brano che può far la differenza,
si aspetta una “I want out”, che ad onor del vero è prevista in
scaletta, ma stranamente verrà cancellata, e invece arriva “Dr Stein”,
brano col quale il combo Amburghese aveva chiuso anche la data di Milano
dello scorso febbraio. Purtroppo una delle peggiori “Dr Stein” mai
sentite. Andi è andato più volte fuori tempo, ad un certo punto sembrava
che stesse cantando un'altra canzone, non si può sbagliare una song in
questo modo, soprattutto una “Dr Stein” che ormai non sbagliano neanche
le cover band.
Molti si aspettavano la sorpresa della session con Kai Hansen, l'unica
sorpresa invece è stata costituita dalla coreografia, rappresentata da
due mega zucche che sono apparse ai lati del palco verso la fine dello
spettacolo.
Capitolo “Future World”: quella di Kai Hansen era fatta per il pubblico,
quella di Weikath invece, era messa li per guadagnare del tempo, la
differenza è tutta qui, e il derby Gamma Ray-Helloween è finto con la
vittoria dei meno quotati Raggi Gamma. (Voto: 5,5) (F)
MOTORHEAD:Dopo l’ondata di gruppi power, finalmente è il turno
dei Motörhead, che mancano dal nostro Paese da poco meno di un anno, ma
verso i quali c’è sempre grande attesa. Lemmy & Co., dopo il consueto
annuncio “we play rock’n roll” attaccano con il loro sound compatto e
potente che scatena i fan presenti. In pochi minuti il “pit” davanti al
palco si riempie di gente che si lascia trascinare dalle note di Dr. Rock.
I Motörhead appaiono tutti in ottima forma (Lemmy dovrebbe divulgare il
segreto della sopravvivenza a tanti eccessi) e suonano per un’ora filata,
senza pause, senza intermezzi, come sempre.
La scaletta proposta è praticamente la stessa di quella suonata in
occasione del Venice Rock lo scorso agosto. Per fortuna stavolta non
vengono tagliati dopo “Aces of Spades” e così possiamo goderci anche “Overkill”.
I suoni sono buoni (decisamente migliori di quelli del Gods dell’anno
scorso) e ben bilanciati.
Che altro dire? I Motörhead sono sempre i Motörhead e sembra proprio che
per loro il tempo non passi mai. La dimensione live è il loro habitat
naturale: senza tanti convenevoli suonano, spaccano, conquistano e
travolgono. Ci vorrebbero più gruppi così: diretti e genuini. La musica
sopra tutto. Grandiosi, non si può non amarli!
E dopo questa ennesima ottima prova, l’attesa per il nuovo album in uscita
il primo di settembre si fa sentire ancora di più! (Voto: 8,5) (C)
DEF
LEPPARD:Attesissimi dal sottoscritto, i Def Leppard fanno il loro
ingresso sul palco, e sin dalle prime note ci si rende conto che la band
è decisamente in forma. Carichi, energici e di una precisione che penso
poche band possano vantare on stage, i Leppard partono in quarta con una
manciata di pezzi molto energici tratti dai loro primi lavori, tra cui “Hellraiser”,
“Rock rock’til you drop” e “High n’ dry”. Joe Elliot è in grandissima
forma dal punto di vista vocale e si dimostra un istrione sul palco: il
suo modo di fare molto carismatico, a volte quasi distaccato e
superiore, ma con un piglio quasi ironico, lo rendono un frontman unico,
in grado di catalizzare l’attenzione su di sé anche da parte di coloro
che non erano al Gods per i Leppard.
In formissima i due chitarristi: Phil Collen corre per il palco, incita
la folla, regala assoli strepitosi e contribuisce in maniera
determinante ai cori dei brani (mai sentito un gruppo che dal vivo
ripropone i cori delle canzoni in maniera così fedele al disco!).
Vivian Campbell svolge il suo compito alla grande, risulta un po’
relegato al ruolo di seconda chitarra e quindi volendo anche un po’
sprecato, ma quando c’è da fare sul serio (vedi nell’intermezzo di
“Rocket” dove “duella” con Collen) dimostra a tutti di che pasta è
fatto. Un plauso alla bravura e anche all’umiltà di non voler rubare la
scena a chi c’era già prima del suo arrivo. Rick Savage, vestito di
bianco e con il basso serigrafato con la Union Jack ci regala anche un
assolo di basso (certo non roba da virtuosi, ma comunque molto
gradevole) e si conferma anche lui un gran personaggio, nato per stare
sul palco.
Capitolo Rick Allen, sicuramente l’immagine più bella del Gods of Metal.
Quest’uomo, senza un braccio (perso in un terribile incidente stradale),
che suona alla grande la batteria (aiutandosi con più pedali, di cui uno
collegato ad un rullante) con il sorriso stampato sul viso per tutto il
concerto. Un’immagine che trascende il lato musicale ed entra in quello
umano. Questo vuol dire avere la musica nel sangue, avere gran forza
d’animo, e chi ama la musica non può restare indifferente.
Non sono mancate le grandi hits del leopardo assordato: “Let’s get
rocked”, “Make love like a man”, “Rocket”, “Hysteria”, “Animal” e la
stupenda “Photograph”, dedicata a Marilyn Monroe.
Nessuna ballatona. Peccato, una “Love bites” o una “Two steps behind you”
le avrei ascoltate volentieri, ma evidentemente la band ha preferito
puntare su pezzi più energici visto anche il contesto nel quale si
esibiva.
Come già detto, il gruppo suona che è una meraviglia: compatti,
affiatati, carichi ed impeccabili, ed il pubblico sembra gradire,
nonostante non tutti fossero lì solo per loro. Ma i Leppard, consapevoli
di essere una grandissima band che sa il fatto suo, hanno offerto un
grandissimo show, e non sono poche le persone che ho sentito
piacevolmente sorprese dalla band.
Non è mancato qualche estratto dal nuovo album di cover: “Yeah!” e come
bis l’immancabile e celeberrima “Poor some sugar on me”, cantata a gran
voce da buona parte del pubblico.
Uno show con i fiocchi, che ha ampiamente ripagato le mie aspettative.
“Let’s get rocked”. (Voto: 9) (F.N.)
WHITESNAKE:E dopo l’ottima
prestazione dei Def Leppard ecco finalmente il momento che attendevo di
più: l’esibizione dei Whitesnake!
La partenza è come nel Dvd uscito di recente, quindi da infarto: una
“Burn” con un tiro strepitoso intermezzata da “Stormbringer”. David
Coverdale si presenta sul palco in jeans e camicia bianca un po’
slacciata, carico ed energico come non mai. Si muove tantissimo da una
parte all’altra del palco, sempre sorridente, incita la gente a cantare
con lui! Incredibile che una persona di 55 anni abbia ancora una tale
energia. Dal punto di vista vocale, nulla da dire. Certo, gli anni
passano, ma se la cava ancora egregiamente, e il sospetto alimentato da
molti sul fatto che il dvd fosse stato ricantato in studio svanisce
definitivamente.
La band è uno spettacolo assoluto, una coppia di chitarristi composta da
Reb Beach e Doug Aldrige è a dir poco spettacolare, il nuovo entrato al
basso Uriah Duffy si dimostra degno successore del grandissimo Marco
Mendoza, mente Timothy Drury alle tastiere, dall’alto della sua
esperienza, non può fare altro che bene.
Capitolo a parte per il batterista Tommy Auldrige! Strepitoso! Sembra un
indemoniato quando suona, ha un tiro ed una botta spaventosi,
grandissima tecnica, groove e feeling, veramente grande.
La set list comprende pezzi che pescano sia dal periodo hard blues anni
‘70 sia quello americano anni ‘80. Non sono quindi mancati grandissimi
classici come “Ready an’ willing”, “Is this love”, “Slide in it”, “Give
me all your love tonight”, “Ain’t no love in the heart of the city”,
dove tutto il pubblico ha cantato insieme a Coverdale, “Here I go again”
e una versione di “Take me with you” tiratissima e grintosissima, come
quella visibile sul dvd, veramente una chicca. Non si direbbe nemmeno
che sia un pezzo degli anni 70’, visto il tiro che gli ha dato questa
nuova line up.
Uno degli highlits del concerto, a mio giudizio, è stata l’esecuzione di
“Cryin’ in the rain”: interpretazione da pelle d’oca di Coverdale,
carica di pathos e di trasporto, assolo di chitarra di Aldrige da
brividi (molto vicino a quello fatto in studio dal grandissimo John
Sykes) e, in mezzo alla canzone, assolo di batteria di Tommy Auldridge
che, ad un certo punto, ha pensato bene di lanciare le bacchette e di
continuare l’assolo con le mani!
Cosa dire esibizione a dir poco spettacolare! David Coverdale
decisamente in forma, sentirlo cantare dal vivo è da brividi. Passionale
nelle ballad e grintosissimo nei pezzi più tirati. Ci tengo a
sottolineare che questo signore, che ha ormai passato la cinquantina, ha
iniziato il concerto con “Burn” e lo ha terminato con “Still of the
night”, penso che la cosa si commenti da sola!
La band affiatatissima: una coppia di chitarristi come Doug Aldrige e
Reb Beach se la possono permettere in pochi, Uriah Duffy sembra che
suoni con loro da sempre, Drury alle tastiere è una sicurezza, ed il
signore dietro alle pelli ha dato spettacolo!
Un concerto memorabile, il serpente bianco ha colpito ancora! (Voto: 10)
(F.N.)