30 giugno 2007, eccoci finalmente giunti all’ultima giornata del GOM 07
o GOM Part II, come preferite. Certamente in qualunque modo la si voglia
chiamare, questa è la giornata che tutti aspettavano, per la presenza
annunciata del “Madman”, icona assoluta dell’Heavy Metal.
Il primo pensiero del mattino è se la pioggia, almeno questa volta, sarà
clemente, viste le pessime condizioni meteo della prima giornata del
Gods Of Metal Part I. Per evitare qualsiasi rischio, l’organizzazione ha
comunque pensato bene di spargere più ghiaia per coprire il fango,
soluzione che in caso di tempo nefasto probabilmente si sarebbe rivelata
ottimale.
Scongiurato il pericolo pioggia, e fortunatamente anche il caldo afoso
delle ultime settimane, la prima nota negativa targata “Live” arriva ai
botteghini, quando per “precise richieste del management” ci vengono
rifiutati i pass foto, peccato che nelle apposite aree, la presenza di
ragazzine con macchinette fotografiche usa e getta si sprecava. Chiusa
questa breve ma spiacevole parentesi, che speriamo non ricapiti in
futuro, se ne apre un’altra ben più spiacevole. Dal sito ufficiale della
manifestazione erano indicate le modalità per i diversamente abili, per
poter assistere all’evento, “L'area del festival sarà attrezzata con una
pedana disabili che consentirà di seguire i concerti in tutta
tranquillità”, peccato che in quell’area specialmente durante
l’esibizione dei Megadeth e Ozzy Osbourne, stazionava una marea di
ragazzi e ragazze saltellanti di gioia, mentre alcuni ragazzi in
carrozzina hanno solo potuto ascoltare il concerto, non potendo vedere
nulla, essendo rimasti fuori “la pedana disabili loro riservata”.
A questo proposito un paio di maxi schermi installati lungo l’area
dell’idroscalo avrebbero quantomeno potuto rendere meno amara la
delusione di queste persone, (e del pubblico in generale) senza contare
che i maxischermi vengono usati in molti festival europei, e se il Gods
Of Metal si considera il festival Metal più importante d’Italia, in
futuro dovrà assolutamente pensare anche a questi particolari. Delle
scuse ufficiali da parte dell’organizzazione sarebbero gradite, e un bel
“augurio” alla gente che stazionava su quella pedana senza averne
diritto, di “vivere almeno una giornata” in carrozzina, per imparare ad
avere rispetto del prossimo, ci sta tutto!
Probabilmente però in questo caso c’è stata solo una sorveglianza
“superficiale” degli addetti alla security. Tralasciando il resto dei
problemi che più o meno si verificano ad ogni concerto/festival, è
finalmente giunto il momento di parlare di musica.
SLOWMOTION APOCALYPSE: Aprono gli Slowmotion Apocalypse. A dire
il vero ho potuto seguire poco la band in questione durante la mezzora
loro concessa; si tratta comunque di una formazione nostrana attiva dal
2002 con due album alle spalle, ed evidenti influenze Hardcore. I
ragazzi al termine della loro seppur breve esibizione, si son resi
disponibili coi fans per scattare foto e scambiare quattro chiacchiere,
da quel che ho potuto sentire è una band che merita attenzione.
E comunque non capita tutti i giorni aprire al Gods Of Metal. (F)
DEATHSTARS: Giunge il turno dei Deathstars, band svedese con due
album all’attivo, il primo prodotto nel 2002 dalla Led Records (Svezia),
ovvero “Synthetic Generation”, e l’ultimo “Termination Bliss”.
Propongono un gothic/electro/industrial, che non sembra scaldare i pochi
presenti nel mezzogiorno di fuoco che è stato concesso alla band
svedese. Trattasi di una strana band che sembra scopiazzare qua e là i
vari Marilyn Manson, Rammstein, e compagnia bella. In realtà i
Deathstars hanno un passato di tutto rispetto all'interno di importanti
formazioni della scena black/death metal svedese. Nella band trovarono
posto alcuni ex membri dei Dissection; Ole Öhman dietro le pelli e Emil
Nödtveidt alla chitarra. (F)
SADIST: Si inizia a
far sul serio, con un’altra band Made in Italy, quei Sadist attivi da
più di quindici anni, e ben sei album pubblicati; il pubblico si scalda
nonostante il gran caldo, grazie all’ottima prova di Tommy Talamanca e
soci: ascoltare i vecchi pezzi è sempre un piacere.
Reduci dal concerto di supporto agli Iron Maiden tenutosi allo stadio
Olimpico di Roma il 20 giugno scorso, la band Genovese, quest’oggi ha
messo in campo, una grinta e determinazione nel dimostrare il proprio
valore, encomiabile; davvero bello vedere quattro ragazzi Italiani
esibirsi nei maggiori festival estivi (i Sadist saranno presenti anche
al Metal Camp) alle spalle di mostri sacri come Iron Maiden, Motorhead e
Ozzy Osbourne.
"Tribe" è l’abum dal quale hanno estratto il maggior numero di brani,
alla fine il giusto tributo per la loro esibizione da parte dei fans
vecchi e nuovi che li hanno seguiti per poco meno di un’ora dalle 13:30
alle 14:20. (A)
TYPE O NEGATIVE: Ore 14:45 salgono sul palco del Gods Of Metal i
Type O Negative, un po’ duri da digerire per la loro proposta musicale,
la band di Brooklyn sfrutta i cinquanta minuti loro concessi, per
proporre un doom metal, di chiaro stampo anni novanta.
La band pare poco dinamica, e dal palco traspare anche una svogliatezza
che il pubblico sembra percepire, e che tuttavia non tocca i fans più
irriducibili, i quali ala fine sembrano ben soddisfatti dell’esibizione
del combo newyorkese.
La band propone un genere che in sede live è poco valorizzato, tuttavia
i suoni non erano male, ma questa fortunatamente è stata una costante
per tutta la durata del festival, bella infine la scelta cromatica verde
degli strumenti. (A)
BLACK LABEL SOCIETY: Ed eccoci giunto ad uno dei momenti più
attesi della giornata, i Black Label Society del leader Zakk Wilde, che
ritroveremo nel finale di serata al fianco di Ozzy Osbourne.
Ottima la presenza scenica di Zakk, nonostante un suono confuso e
ovattato, a tratti impastato che ha inevitabilmente penalizzato uno
spettacolo comunque buono; dalla loro i Black Label Society, potevano
vantare un gran numero di fans tra il pubblico che non hanno fatto
mancare il loro calore!
È innegabile che la band giri intorno a Zakk Wilde, e che tragga il
maggior numero dei consensi anche per la presenza del chitarrista, in
ogni caso rispetto all’esibizione dei due anni fa al Gods di Bologna la
band è stata più coinvolgente, grazie anche alla presenza di pezzi
tratti dall’ultimo album “Shot to Hell”, a mio avviso superiore al
precedente “Mafia”. Un buon concerto, molta gente era li per loro!
(F)
MEGADETH: Attesissimi da molti fans presenti oggi, fanno il loro
ingresso sul palco i Megadeth capitanati dal grande Dave Mustaine; è
vero, la formazione non è più quella storica (e lo dice uno che ha avuto
la fortuna di vederli nel micidiale tour di R.I.P), è vero gli anni
passano anche per il MegaDave ma vi assicuro che sono stati autori di
una prova quasi perfetta. 1 ora e 15 minuti tiratissimi, senza pause,
poche parole (come ci ha abituato da sempre Dave) e molta adrenalina:
tranne qualche nuove traccia, lo show si è incentrato sui classici per
la gioia dei fans presenti.
L’inizio con “Sleepwalker” l’avevo previsto, anche se a mio avviso non
ha reso come sull’album; sicuramente non mi aspettavo che attaccassero
subito dopo con “Take no prisoners” sulle cui note il pogo è divampato.
Una meravigliosa mazzata! La band si è presentata molto più compatta e
precisa delle ultime esibizioni, e le tracce “Wake up dead”, “In My
Darkest Hour”, “Tornado of Souls” e “Hangar 18” sono state accolte alla
grande dai fans e tra l’altro (cosa di non poco conto) sono state
eseguite davvero bene dalla band. Delle nuove canzoni hanno suonato
oltre alla già citata “Sleepwalker”, la bella “Washington is Next”, la
polemica “Gears of War” e “Never walk alone..a call to arms”.
Dave mi è davvero piaciuto, era in forma ed ansioso di regalare una
bella prova: assoli impeccabili, micidiali riff e una voce più che
accettabile hanno reso giusti servigi alla causa. In una scaletta
davvero lunga per il tempo a disposizione, non potevano mancare
l’acclamata “Symphony of Destruction”, una delle tracce più conosciute
anche per i non fans, e la grande “Peace Sells” cantata nel secondo
pezzo dalla maggior parte dei presenti. Idem per “A tout le monde” con
Dave che si sbottona un po’ e fa cantare il ritornello al pubblico.
Chiusura da apoteosi con “Holy wars” nel cui mezzo (prima dell’attacco
dell’arpeggio spagnoleggiante) ci finisce “The Mechanix”.
Un’acustica perfetta ha certamente contribuito, ma l’esecuzione di tutta
la band è stata sorprendente con un grado di affiatamento superiore alle
ultime calate italiche. Uno dei migliori show della band da qualche anno
a questa parte. Lasciano il palco così come sono arrivati, tra i molti
applausi dei presenti. Davvero un gran bel concerto, complimenti zio
Dave! (A)
KORN: Ero molto curioso di vedere i Korn dal vivo, formazione a
mio avviso con alle spalle una discografia piena di alti (il debut,
“Take a Look in the Mirror”, “Life Is Peachy” e “Follow the Leader”) e
bassi (“Issues”, “Untouchables”, “See You on the Other Side”) ma, che lo
vogliamo o no, ha contribuito a modificare e instradare certe sonorità
che molti definiscono moderne.
Solito bellissimo microfono di Jonathan Davis (appositamente realizzato
per lui da H.R.Giger), kilt d’ordinanza e partenza con “Here To Stay”. I
fan presenti sono caldi e partecipano all’esibizione mostrando di
apprezzare la band (neanche una bottiglia che volava!); anche qui ottima
acustica che ha contribuito alla buona performance complessiva dei
nostri; ottima presenza scenica di Jonathan Davis ma la sua voce è messa
piuttosto male (come testimoniato dall'ossigeno respirato tra un brano e
l'altro, sempre seguito da un sorso di tisana) e Kalen l’ha supportato
nei momenti più difficili.
A questo punto, è doveroso aprire una breve parentesi sul cantante:
forse non tutti sanno che Davis ha sempre sofferto di asma, a tal punto
che all'età di 5 anni ha rischiato di morire dopo un attacco, problema
che ha quasi risolto. Se a ciò si aggiunge che nel giugno 2006 gli è
stata diagnosticata una malattia al sangue (per un disturbo chiamato
idiopathic thrombocytopenia purpura.) e che ha dovuto cancellare alcune
date in Europa si capisce come attualmente la sua salute abbia ancora
dei problemi.
Questo purtroppo ha inficiato sull’intensità della prova, dato che dopo
ogni canzone c’era una piccola pausa per dare la possibilità a Davis di
rifiatare. A mio avviso questi intermezzi potevano essere gestiti meglio
dagli altri componenti facendo a turno qualche piccolo intermezzo in
assolo oppure con qualche parola rivolto al pubblico, invece che un
laconico silenzio.
Comunque sia la prova degli altri componenti è stata buona: Fieldy con
la sua solita ottima presenza scenica e il solito basso possente è una
garanzia, Munky ha fatto la sua parte, il sostituto di Head, Clint si è
comportato bene anche se la sensazione è quella di un semplice
esecutore. Alla batteria questa volta c’era Joey Jordison, uomo di
spessore e livello che ha contribuito alla buona riuscita dello
spettacolo. La scaletta, molto apprezzata dai fan presenti, ha cavalcato
le varie hit vicine e lontane come “Twist”, “Falling Away From Me”, “Got
The Life”, “Y'All Want A Single”, “Right Now”; accenno/omaggio anche ad
altri gruppi con “Shoots And Ladders/One”. A chiudere la grintosa
“Blind” accompagnata da un entusiasmo davvero sincero. La band ha così
lasciato lo stage dopo 1 ora e 20 min tra gli applausi della folla
numerosissima che li ha seguiti e che arrivava fino al mixer centrale!
Come dicevo, la prestazione è stata buona anche se i troppi intermezzi
hanno inciso sull’intensità. Speriamo che per Jonathan Davis si
risolvano al più presto i suoi problemi di salute. (A)
OZZY OSBOURNE: Signori e signore, siete tutti inviati a prendere
posto sul “pazzo treno” del leggendario Ozzy Osbourne.
L’emozione di raccontarvi, di quello che per me, e per molti altri
ragazzi della mia età è semplicemente un mito, è la stessa emozione che
ho provato nel vedere dal vivo John Michael Osbourne, e anche se non era
la prima volta che ciò avveniva, avendo avuto la fortuna di vedere il
Madman altre due volte in passato. Questo concerto più degli altri mi ha
lasciato dentro un sentimento di affetto e gratitudine verso un
personaggio che, nel bene e nel male, coi suoi atteggiamenti
provocatori, col suo carisma, e con la sua musica è stato non solo un
importante punto di riferimento, ma soprattutto la colonna sonora della
mia infanzia, e di quella di una miriade di ragazzi che oggi possono
esibire qualche capello bianco.
Se a tutto ciò aggiungiamo quel pizzico di nostalgia, ecco spiegato
perché un concerto, può diventare un ricordo indelebile, uno di quei
concerti che non si scorderanno mai nella vita.
Per la serie, “barcollo ma non mollo”, alle 21.30 puntuali, dal muro di
amplificatori, sovrastati da un enorme telone con su scritto Ozzy
Osbourne, si può udire un coro tipicamente da stadio, che ben presto il
pubblico adatterà ad un coro per lo Zio Ozzy. Seguono le note di "O
Fortuna", il pezzo classico dei Carmina Burana che apre molti dei
concerti di Osbourne, e il pubblico già in delirio esplode letteralmente
quando appare, microfono in mano, per aprire con la splendida “Bark at
the moon”. All’annuncio di “Mr Crowley” l’entusiasmo sale alle stelle,
Ozzy visibilmente divertito e decisamente in palla, offre uno
spettacolo corto (mezz’ora in meno sulla scaletta prevista) a tratti
commovente, come sulle note di “Mama I'm coming home”. La scaletta
prosegue con la opener tratta dall’ultimo album “Not going away”, che
come per “Here for you”, anch’essa tratta da “Black Rain”, vedrà The
Madman utilizzare i monitor per leggere i testi, la scena era palese, un
Ozzy immobile fissava gli schermi posti sul palco, ma niente paura,
bastano le note di “War Pigs” a scatenare il frontman quasi sessantenne,
in giochi con l’idrante usato per “innaffiare” ripetutamente il
pubblico, e le consuete secchiate d’acqua dopo aver immerso la testa nel
secchio. Si prosegue con “Believer” e “Rode to nowhere” per giungere ad
un altro classico, “Suicide solution”, che manda in delirio la folla,
prima della giusta “pausa tecnica” che il cantante si prende per lasciar
spazio al solo guitar di Zakk Wylde, che accompagna la Ozzy Osbourne
band da ormai vent’anni (1987, con una pausa dal 1995 al 2000).
Personalmente avrei dato meno spazio al solo di Zakk per concedere al
pubblico un altro pezzo, visto che sicuramente una “Hellraiser” ci
sarebbe stata divinamente. “I don't Know” e la già citata “Here for you”
sono il preludio ad uno dei momenti più toccanti della serata, la
strepitosa “No more tears” sulla quale a dire il vero il nostro Ozzy non
è stato impeccabile, visto il piccolo calo di voce durante il
ritornello. Sulle note di “Mama I'm coming home” l’emozione sale ed è
visibile sui volti di tutte le persone presenti, la ballad precede “I
don't want to change the world” e la pazza “Crazy train”, che dire un
uno-due diretto che tuttavia è niente in confronto alla sublime “Paranoid”,
pezzo datato 1970 che chiude l’esibizione del Madman. Commuovente la
scenetta nel finale in cui Zakk Wylde si prende cura dello Zio Ozzy
asciugandogli il sudore a fine concerto. Un artista che in quasi 30 anni
di carriera solista, ha venduto più di 75 milioni di copie in tutto il
mondo. Grazie caro vecchio Ozzy, fino a quando esisteranno personaggi
come te, la passione per questa musica non finirà mai! (F)
Scaletta Ozzy Osbourne:
1 Bark at the moon
2 Mr Crowley
3 Not going away
4 War Pigs
5 Believer
6 Rode to nowhere
7 Suicide solution
8 Zack guitar Solo
9 I don't Know
10 Here for you
11 No more tears
12 Mama I'm coming home
13 I don't want to change the world
14 Crazy train
15 Paranoid
In conclusione, in
questa undicesima edizione del Gods Of Metal, ho riscontrato un
miglioramento dell'organizzazione, per quanto riguarda il luogo più
pulito e show puntualissimi, con un'acustica perfetta per tutta la
giornata, una nota di merito va alla Strana Officina che nel loro stand,
presentava il nuovo album, la band è stata letteralmente sommersa dal
colare della gente, oltre 4 ore a firmare autografi e vendere cd.