Ed eccoci all'edizione 2009 del Gods of Metal, oramai appuntamento
fisso da 13 anni a questa parte per i metal fans italiani e non solo.
La novità migliore di questa edizione sicuramente il ritorno al Brianteo
di Monza, location top per quel che mi riguarda, niente a che vedere con
l'infernale Arena Parco Nord di Bologna; altra ottima cosa l'utilizzo
dei 2 palchi, che sicuramente ha "riempito" maggiormente le 2 giornate,
senza lunghe attese tra un concerto e l'altro, considerando anche che
tutto è andato liscio come l'olio e non ci sono stati ritardi, l'unico
inconveniente è stato l'annullamento del concerto dei Saxon per via di
un ritardo del tour bus della band inglese.. Ecco il resoconto di questa
bella 2 giorni... (Max)
VOIVOD: I Voivod,
freschi del loro disco di addio “infini”, e orfani sul palco, oltre che
del compianto Dennis “Piggy” D'Amour, anche di Robert Trujillo, tornano
a calcare i palchi italiani in questo Gods of Metal 2009 in quello che
sarà il loro ultimo tour. Nonostante il poco tempo a disposizione i
Voivod sfornano comunque una prova all'altezza della situazione, con una
grande carica sul palco e dei buoni suoni, sporchi, grezzi e diretti
come da marchio di fabbrica della band.
Il tempo a disposizione del gruppo scorre così molto veloce, e tra i
grandi classici come “Voivod” e qualche pezzo del disco nuovo la
prestazione risulta molto godibile.
Voivod quindi promossi a pieni voti, anche se rimane il rammarico per
l'addio di questa grande band. (Mungi)
BACKYARD BABIES: Attivi dal 1987, i rocker svedesi Backyard
Babies questa erano alla loro prima apparizione al GOM, e bisogna dire
che hanno lasciato decisamente il segno.
Con la loro esplosiva miscela di glam, rock n’ roll e punk, ed un
carisma, un’energia ed una presenza scenica invidiabile, i quattro
rocker ci hanno regalato una grandissima prestazione, coinvolgendo sia i
loro fan, sia chi li vedeva per la prima volta.
Grande protagonista è stato il chitarrista Dregen, una furia sul palco,
che non ha risparmiato energie correndo come un dannato per il palco, ed
esibendosi alla fine in un simpatico siparietto travestendosi da
Gheddaffi.
Ma anche il resto della band non è stato da meno, con Nick Borge
decisamente in palla dal punto di vista vocale ed un martellante Peder
Carlsson dietro le pelli.
Ottime le esibizioni delle coinvolgenti “Everybody ready” e “Minus
Celsius” dall’ottimo (ed ingiustamente criticato) “Stockholme Syndrome”,
dell’ultimo singolo “Degenerated” e di altri brani tratti dalla loro
discografia.
Promossi a pieni voti. (Nightrain)
EPICA: Gli Epica sembrano essersi accasati in Italia, come
dimostrano i sempre più frequenti concerti che il gruppo organizza nel
nostro paese. Gli Epica, a mio personalissimo avviso, sono uno dei
gruppi di spicco del metal sinfonico odierno, e questo fatto è
dimostrato dalla gran quantità di pubblico assiepato sotto il palco per
l'esibizione degli olandesi.
La dimensione live è quella che sicuramente si addice di più al gruppo,
capace di prestazioni altisonanti grazie alla grandissima sezione
ritmica della band, specialmente nelle fasi più tipicamente death metal
della loro proposta.
Nonostante il tempo a disposizione non fosse moltissimo, il gruppo
sceglie alla perfezione la scaletta, proponendo sia pezzi dall'ultimo
bellissimo “The Divine Conspiracy” (su tutte la splendida “Fools of
Damnation”) che pezzi da “Consign to Oblivion”, come la title track.
I suoni sono buoni ma non perfetti, con alcuni problemi di volume alle
chitarre, ma che sembrano non dare troppe noie al gruppo, che prosegue
lo show senza problemi.
Un altra grande prestazione quindi per la band olandese, che di sicuro
avrà avvicinato a se nuovi fan. (Mungi)
MARTY FRIEDMAN: Nota dolente della giornata è stato senza ombra di
dubbio Marty Friedman, noto ai più per i suoi trascorsi nel periodo
d'oro dei Megadeth.
Il lungocrinito chitarrista si presenta oggi in versione solista,
accompagnato da una band di supporto, ed intento a suonare un genere
interamente strumentale dal forte stampo virtuosistico.
Purtroppo però la proposta del chitarrista, assolutamente inattaccabile
tecnicamente, è ben lontana da essere adatta ad un festival, e dopo i
primi minuti di concerto la noia comincia a salire altissima, rendendo
interminabile il trascorrere dei minuti.
Dispiace comunque per Friedman, che si dimostra ancora una volta
chitarrista di spessore tecnico notevolissimo, ma i colpi di sono sono
in agguato durante tutta la durata dell'esibizione.
Purtroppo la scelta di inserire Friedman in un festival estivo si rivela
decisamente poco azzeccata da parte degli organizzatori, e un po' tutto
il pubblico sembra non gradire la proposta. (Mungi)
EDGUY: È finalmente arrivato il momento degli EdGuy; la power
metal band teutonica torna a calcare il palcoscenico del Gods of Metal
per l’ennesima volta, riscuotendo i soliti consensi da parte dei, pochi
a dir la verità, fans presenti.
Il combo capitanato da Tobias Sammet non delude mai in queste occasioni,
gli EdGuy sono la band ideale per un festival, capaci col loro spirito
spassoso carico di Happy Metal, di trascinare il pubblico fra nuove
canzoni ben lontane dagli esordi power ed i vecchi cavalli di battaglia
in stile decisamente più scanzonato.
Per l’occasione, i nostri ci propongono anche la celeberrima “Vain Glory
Opera”, che durante l’esibizione del loro ultimo show in terra italica
lo scorso mese di gennaio in quel del Rolling Stone, avevano sacrificato
nel nome di una discografia sempre più ricca di brani “storici”,
rendendo ormai necessario un turn over. “Dead Or Rock” è il brano che
apre il Gods of Metal degli EdGuy, seguiranno “Speedhoven” e soprattutto
la devastante “Tears Of A Mandrake”, brano che scalda il pubblico
presente.
A dire il vero la band pare stia semplicemente svolgendo il “proprio
compitino”, probabilmente dovuto anche al fatto che se il pubblico non
risponde (e c’era gente che sui vecchi cavalli di battaglia si perdeva
clamorosamente) la band tedesca non riesce a esprimersi ai sui massimi
livelli, aggiungiamo anche che proprio il frontman Tobias Sammeth è
parso leggermente fuori forma, in particolar modo su “Lavatory Love
Machine” e “Superheroes”, ed ecco spiegato il pomeriggio poco fortunato
della band.
Presenti anche le ottime “Babylon” e “Ministry of Saints”, mentre tocca
alla splendida “King Of Fools”, come ormai avviene da qualche tempo,
chiudere lo show, una prova come detto discreta, in alcuni momenti
sembrava che la band “andasse col freno a mano tirato”, fortunatamente
chi conosce bene gli EdGuy sa che questo caldo pomeriggio allo stadio “Brianteo”,
non rappresenta il vero valore della band, che in numerose altre
occasioni è sempre stato ottimo. (Defender)
LITA FORD: Negli anni 80 Lita Ford ha fatto parlare tanto di se,
vuoi per la sua bellezza e per le sue curve, vuoi per le sue relazioni
(tra cui Nikki Sixx dei Motley Crue e Tony Iommi dei Sabbath), ma
soprattutto per la sua ottima musica e le sue grandi qualità di cantante
e chitarrista.
Dopo un lungo silenzio, nel quale la nostra Lita si è dedicata alla
famiglia, rieccola sulle scene, e nonostante il passare degli anni la
ritroviamo piacevolmente in grande forma.
Accompagnata da un’ottima band, tra le cui fila troviamo l’ex bassista
dei Trixter P.J Farley e l’attuale chitarrista dei Guns N’ Roses Ron
Thal, Lita dimostra di non essersi per nulla scordata di come ci si deve
comportare on stage, e la sua voce appare interamente intatta.
La setlist è una sorta di greatest hits dei grandi successi di Lita,
quindi non possono mancare l’energica “Larger than life”, la bellissima
ballad “Close my eyes forever” (che nel disco vedeva Lita duettare con
Ozzy), “Falling in & out of love”, e la catchy “Kiss me deadly”.
Richiamata a gran voce per un bis, Lita si presenta sul palco
accompagnata dal marito Jim Gillette (ex vocalist della glam band
“Nitro”), per duettare con lui su di un brano inedito che sarà presente
sul suo nuovo disco, in uscita a Novembre…speriamo che tutto il disco
non si muova sulle coordinate nu-metal di questo brano!
Inedito deludente a parte, ottima prestazione…bentornata Lita! (Nightrain)
QUEENSRYCHE: Uno dei momenti più attesi di questa prima giornata
del Gods Of Metal finalmente riapprovato allo stadio Brinato di Monza è
arrivato.
Tornano in Italia i Queensryche, reduci da uno degli spettacoli più
belli e intensi a cui abbia assistito negli ultimi anni, il tour di
“Operation Midcrime” di un anno fa all’Alcatraz di Milano, ma anche, è
questa è una nota meno positiva, autori dell’ultimo album “American
Soldier”, accolto non senza qualche nota polemica da parte dei fans.
Ovvio che con queste premesse l’attesa per quella che comunque resta una
delle icone Prog Metal, è stata spasmodica.
La speranza che il combo di Seattle ci offrisse uno show con pezzi più
datati, made in “Operation: Mindcrime” è stata stroncata sul nascere, a
favore però di due album datati rispettivamente 1986, “Rage For Order” e
1990, “Empire” dai quali la band di Geoff Tate ripropone vere gemme
quali “The Whisper”, “Walk In The Shadows” e “The Thin Line”.
Un progressive di stampo sempre più settantiano come stile e sonorità,
la classe della band è fuori discussione, Tate un animale da
palcoscenico, un front-man carismatico capace di “incendiare” il
pubblico anche quando madre natura ci mette del suo con un improvviso
(non tanto a dire il vero) acquazzone con lampi e saette annesse, che
per qualche istante manda in tilt la base pre-registrata di un pezzo, il
buon Tate non si scompone e “impreca” in un italiano perfetto,
sbalordendo i presenti (irriducibili) per nulla intimiditi dalla
pioggia.
Superati i problemi tecnici, lo show prosegue senza più alcun
inconveniente, certo i brani del nuovo “American Soldier”, affossano un
po' il ritmo, a riprova di quanto detto in precedenza, “The Killer”,
“Man Down!”, “Dead Man's Words”, ma il finale pirotecnico ci regala in
ordine “The Best I Can”, “The Thin Line”, “Jet City Woman” e soprattutto
la gloriosa “Empire”, brani coi quali l’entusiasmo dei fans sale alle
stelle, e poco importa se la band lascia il palco con quindici minuti di
anticipo rispetto la scalette prevista, la soddisfazione dei presenti
era tale da far passare tutto in secondo piano. (Defender)
TESLA: Attesissimi dal sottoscritto, i Tesla non hanno deluso per
nulla; è veramente un mistero come mai una band di questo genere sia
così sottovalutata nel nostro paese... pazienza.
Jeff Keith e cosi salgono sul palco carichissimi, sparandoci subito due
brani estratti dal nuovo album “Forever more”, per poi regalarci una
serie di perle estratte dai lavori precedenti, come l’energica “Modern
day cowboys”, “Hang tough”, “No way out”, la famosissima ballad “Love
song”, “Little Suzi”, “Comin atcha live” e, in conclusione, una
tiratissima “Rock me to the top”.
Energia, carisma da vendere, una classe infinita, e grandi hard rock
songs che affondano le loro radici nei 70’s: è questo che hanno messo in
mostra i Tesla nel tempo a loro disposizione.
Come con i Queensryche, qualche problemino tecnico anche per loro, che
li ha costretti ad interrompere per qualche minuto il concerto mentre i
tecnici risolvevano i problemi legati al basso, nei quali il frontman
Jeff Keith ha dimostrato grandi doti di intrattenitore.
Da sottolineare le eccellenti prove del cantante Jeff Keith e del
chitarrista Frank Hannon, un musicista decisamente sottovalutato dalla
critica musicale.
La speranza è di rivederli presto nel nostro paese, magari per uno show
tutto loro. (Nightrain)
HEAVEN & HELL: Grandiosi! Penso sia questa la maniera più
adeguata per iniziare la recensione del concerto di quello che non sono
altro che i Black Sabbath sotto mentite spoglie.
Contornati da una bellissima scenografia, e con un muro sonoro
devastante, gli Heaven and Hell hanno messo subito nero su bianco dal
primo brano (“The Mob Rules”) che la loro prestazione avrebbe lasciato
un segno indelebile nella memoria dei presenti.
E come sarebbe potuta andare diversamente, con un poderoso Carmine
Appice dietro le pelli, un immenso Geezer al basso, un ispiratissimo
Tony Iommi alla chitarra ed un sovraumano Ronnie James Dio alla voce?
Quattro monumenti dell’Heavy Metal, quattro leggende che hanno scritto
brani che rimarranno nella storia di questo genere, quattro signori che
nonostante l’avanzare dell’età (il nostro Ronnie tra un mese compirà 68
anni) dimostrano di essere ancora in grado di dare lezioni di come si
suona a chiunque!
E così, grazie ai riff del riffman per eccellenza dell’heavy metal e ai
suoi compagni di avventura, il tempo è volato accompagnato da brani
storici come “Children of the sea” ( da brividi l’interpretazione di
R.J. Dio!), “Die young”, “I”, “Neon Knight”, e da brani estratti
dall’eccellente “The devil you known”, come “Bible black” e “Follow the
tears”.
Come ho già detto, su tutti la parte del leone l’ha recitata il
carismatico R.J. Dio, che probabilmente deve essere immortale, visto
come è ancora in grado di cantare nonostante l’ètà, ma come ho già detto
qua ci troviamo al cospetto di quattro leggende, e c’è solo da sperare
che continuino a regalarci emozioni il più a lungo possibile…Eterni. (Nightrain)
MOTLEY CRUE: Ed eccoci al momento dei “Saints of Los Angeles”,
forse la glam band più trasgressiva e più influente di tutti gli anni
80, per la terza volta al Gods Of Metal negli ultimi cinque anni.
Da grandissimo fan ed estimatore dei Motley Crue, devo ammettere che li
ho trovati un po’ sottotono confronto alle altre due esibizioni alle
quali ho assistito.
Un po’ i suoni non erano certo perfetti, soprattutto durante i primi
brani, un po’ bisogna considerare la grave malattia alle ossa che
affligge da anni Mick Mars e che, molto probabilmente, è la “causa” ( se
così si può chiamare) delle setlist non lunghissime della band e delle
frequenti pause tra un brano e l’altro, durante le quali il batterista
Tommy Lee riesce sempre ad intrattenere a dovere il pubblico offrendo
Jagermaister alle prime file o esibendosi nelle sue classiche e
divertenti buffonate.
Sta di fatto che reputo la loro prestazione sì sufficiente, ma meno
carica ed intensa delle precedenti, nonostante l’elemento divertimento e
coinvolgimento, tipico dei Motley Crue, non sia mancato durante
l’esibizione.
Ottima la setlist, che oltre ai celeberrimi classici della band ha
ripescato la bellissima “Live wire” del primo album “Too fast for love”
e ha inserito gli ottimi singoli del nuovo album, “Saints Of Los
Angeles” e “Motherfucker of the year”. (Nightrain)