A due anni
di distanza dal brillante full lenght di esordio
autointitolato, ecco di ritorno la combriccola bergamasca
dei Folkstone con un nuovo lavoro.
Come nella migliore tradizione,
formula vincente non si cambia, quindi gli orobici tornano
alla carica con la loro mistura esplosiva fatta di una
componente folk estrinsecata dall’evocativo ed epico uso
delle cornamuse, delle bombarde e dell’arpa, ben coniugata
con l’anima più metal, che conferisce maggior vigoria ai
pezzi.
Entrando nello specifico i Folkstone, in “Damnati ad
metalla”, elevano ed affinano il proprio songwriting sia
in quanto a tecnica esecutiva, sia per la qualità degli
arrangiamenti.
Quel che appare assolutamente convincente in questo lavoro
è la capacità di proporre potenziali hit in serie,
soprattutto nella prima metà del disco dove dopo pochissimi
ascolti ci si ritrova -senza volerlo- a cantare insieme a
Lorenzo le varie “Aufstand!”, “Anime Dannate” e “Frerì”.
L’accentuata verve delle chitarre e della voce roca e
potente di Lore, si amalgamo con grandissima alchimia con i
vari strumenti etnici e classici (tra di essi menzione
d’onore per l’operato dell’arpa, che si rivela in più
frangenti determinante), creando un unicum che sfocia in un
grande risultato musicale.
A livello lirico “Damnati ad metalla”, pur non
annullando il lato più scanzonato, “etilico” e
festaiolo della band, esaltato in “Un’altra volta
ancora” (che potrebbe essere l’ideale seguito della
mitica “In Taberna” del primo disco), troviamo temi
quali l’onore, il senso di appartenenza, la libertà
(Anime Dannate), l’epicità introspettiva (“Terra
Santa”).
Qualitativamente i brani che risultano essere i meno
riusciti si riveleranno “Senza certezze”, “Vortici
scuri” e “Dall’alto cadrò”, che pur non demeritando
in termini assoluti, hanno chiaramente una marcia in meno
rispetto alle altre.
Nel finale c’è un colpo di coda ben assestato dai
Folkstone, composto dall’ottima doppietta “Vanità di
Verità”, cover di Angelo Branduardi magistralmente
reinterpretata dai nostri e la toccante rivisitazione di
“Rocce nere” (pezzo tratto dall’album d’esordio) ad
opera dal coro “Le Due Valli”.
Sotto il punto di vista dei suoni il nuovo disco ha marcato
un netto miglioramento, proponendoci un lavoro potente e
graffiante nelle chitarre e nella voce, ma nel contempo
efficace nel non far sì che gli strumenti meno potenti
venissero sommersi.
Menzione d’onore infine per il digipack curato,
riproponente come cover la “Grande danza Macabra”,
personalizzata con la raffigurazione dei membri del combo
orobico.
Ad Maiora!