La proposta dei Jar Of Bones, band friulana dalla
grande esperienza live, consiste di una miscela sapientemente dosata di grunge,
hard rock, nu metal e un pizzico di hardcore. Il tutto in un sound granitico,
avente un buon impatto ritmico e compositivo. Si evidenzia in particolar modo la
tecnica della sezione ritmica, formata dal basso di Umberto Campagner e dalla
batteria al fulmicotone di Michele Zanuttini, sulla quale si muovono liberamente
i riff a volte soffici e vellutati, funkeggianti – ma più spesso duri – del
duo chitarristico composto da Luca Marcuzzo e Cristian Tavano (molto belli i
guitar solo tecnici e veloci alternati a quello più elaborato e fluido di “Sorry?”).
Sin dalle note iniziali delle serratissime prime tre tracce si evince una grinta
fuori dal comune, unita all’intenzione di stupire (con passaggi rallentati e
“ipnotici”) e di creare un sound personale, che si evince con l’ascolto
della parte centrale del disco e con la sorprendente e variopinta “Walk of
Hate”, che si avvicina molto ai break ritmici dei Rage against the Machine.
Non mancano anche pezzi più sperimentali, in cui passaggi lenti e malinconici
si alternano a sfuriate di riff vorticosi e dai tempi molto “contorti”, come
la sorprendente “Last Sentence” tambureggiante. Alcuni pezzi sono in puro
stile Faith No More, altri che sfociano in territori più cari ai vecchi
Soundgardern o Alice in Chains, altri che utilizzano refrain puliti e distorti
di scuola System of a Down… insomma c’è di che sentire!!!
La produzione, pur non essendo eccelsa, esalta comunque l’effettistica delle
chitarre (che in alcune introduzioni ricorda anche il suono dei primi Muse),
mentre per le distorsioni e l’effettistica ci si avvicina del tutto al grunge
di Seattle. L’amplificazione del basso e del drum-kit, conferisce al disco
molto spesso un suono quasi garage o street, cosa assolutamente gradita agli
appassionati del metal più classico.
Ciò nonostante, l’album soffre di un’unica grossa pecca, che non riesce a
farlo decollare del tutto, condizionandone la seppur positiva valutazione
complessiva: l’impostazione delle lyrics dell’impegnato ma maldestro singer
Nicola Sartor. Quest’ultimo, pur trovandosi a suo agio a cantare sulle parti
più sperimentali, sugli arpeggi di chitarra pulita e sui fraseggi vorticosi ed
ipnotici di pezzi elaborati come la thrash-grunge-oriented “Junky”, riesce
spesso a piazzare dei cori sforzati, con vocali e sillabe inutilmente prolungate
e “calanti” e sovente al limite dell’intonazione. In tal modo si
vanificano spesso gli sforzi degli altri quattro musicisti, impeccabili dal
punto di vista esecutivo-compositivo. Un punto sicuramente da migliorare
nell’immediato futuro di una band che è destinata senz’altro a stupire.
“A Red Stain” costituisce, pertanto, un disco da ascoltare con l’approccio
di avvicinarsi a qualcosa di nuovo e musicalmente accattivante.