JAR OF BONES - A RED STAIN
(RED PONY RECORDS)
2010
1 – FAITH
2 – WHERE TO GO
3 – WE SELL THE WORLD
4 – DAMNED FILES
5 – LAST SENTENCE
6 – MY MAGDALENE
7 – ALL MY FRIENDS ARE GONE
8 – SORRY?
9 – JUNKY
10 – WALK OF HATE
11 – WHATEVER
 




SITO UFFICIALE
 


La proposta dei Jar Of Bones, band friulana dalla grande esperienza live, consiste di una miscela sapientemente dosata di grunge, hard rock, nu metal e un pizzico di hardcore. Il tutto in un sound granitico, avente un buon impatto ritmico e compositivo. Si evidenzia in particolar modo la tecnica della sezione ritmica, formata dal basso di Umberto Campagner e dalla batteria al fulmicotone di Michele Zanuttini, sulla quale si muovono liberamente i riff a volte soffici e vellutati, funkeggianti – ma più spesso duri – del duo chitarristico composto da Luca Marcuzzo e Cristian Tavano (molto belli i guitar solo tecnici e veloci alternati a quello più elaborato e fluido di “Sorry?”).
Sin dalle note iniziali delle serratissime prime tre tracce si evince una grinta fuori dal comune, unita all’intenzione di stupire (con passaggi rallentati e “ipnotici”) e di creare un sound personale, che si evince con l’ascolto della parte centrale del disco e con la sorprendente e variopinta “Walk of Hate”, che si avvicina molto ai break ritmici dei Rage against the Machine. Non mancano anche pezzi più sperimentali, in cui passaggi lenti e malinconici si alternano a sfuriate di riff vorticosi e dai tempi molto “contorti”, come la sorprendente “Last Sentence” tambureggiante. Alcuni pezzi sono in puro stile Faith No More, altri che sfociano in territori più cari ai vecchi Soundgardern o Alice in Chains, altri che utilizzano refrain puliti e distorti di scuola System of a Down… insomma c’è di che sentire!!!
La produzione, pur non essendo eccelsa, esalta comunque l’effettistica delle chitarre (che in alcune introduzioni ricorda anche il suono dei primi Muse), mentre per le distorsioni e l’effettistica ci si avvicina del tutto al grunge di Seattle. L’amplificazione del basso e del drum-kit, conferisce al disco molto spesso un suono quasi garage o street, cosa assolutamente gradita agli appassionati del metal più classico.
Ciò nonostante, l’album soffre di un’unica grossa pecca, che non riesce a farlo decollare del tutto, condizionandone la seppur positiva valutazione complessiva: l’impostazione delle lyrics dell’impegnato ma maldestro singer Nicola Sartor. Quest’ultimo, pur trovandosi a suo agio a cantare sulle parti più sperimentali, sugli arpeggi di chitarra pulita e sui fraseggi vorticosi ed ipnotici di pezzi elaborati come la thrash-grunge-oriented “Junky”, riesce spesso a piazzare dei cori sforzati, con vocali e sillabe inutilmente prolungate e “calanti” e sovente al limite dell’intonazione. In tal modo si vanificano spesso gli sforzi degli altri quattro musicisti, impeccabili dal punto di vista esecutivo-compositivo. Un punto sicuramente da migliorare nell’immediato futuro di una band che è destinata senz’altro a stupire. “A Red Stain” costituisce, pertanto, un disco da ascoltare con l’approccio di avvicinarsi a qualcosa di nuovo e musicalmente accattivante.

VOTO 7/10    

RECENSIONE A CURA DI Giuliano Sammartino