Un tempo i fiordi norvegesi erano soprattutto la culla di band Black e Gothic
Metal basti pensare cosa rappresentano i Dimmu Borgir per Oslo e la
Norvegia tutta.
Può capitare però, che dal nulla sbuchino anche alte
realtà, di stampo tipicamente Power, o addirittura Melodic Metal.
Questo è il caso dei Gaia Epicus, il cui nome è tuto un programma, melodic metal
appunto, come amano definirsi i nostri, arrivati al secondo album dopo un
discreto debut album “Satrap” che nonostante sia stato ben accolto dalla critica,
peccava d’ingenuità, difettando, e nella produzione, ma soprattutto nel
tentativo quanto mai vano di emulare gli Helloween, proponendo un Power metal
altamente melodico, fino al punti di risultare scontato e a tratti noioso.
È quindi con una certa diffidenza che mi sono avvicinato a questo secondo
capitolo della Band Norvegese, che invece ho trovato decisamente più maturo e
fresco rispetto al precedente album.
Certo non mancano ancora certe ingenuità, come le lunge canzoni stile
Dragonforce (e su questo terreno i Londinesi sono maestri indiscussi), che non
aggiungono nulla di nuovo nel complesso dell’album, solo guitar messi qua e là
che sembrano non avere alcun legame con la struttura del brano, cori banali e
soprattutto, un limite a livello vocale. Il buon
Thomas fa del suo, ma su
certe note sembra proprio un pesce fuor d’acqua, come nel caso della suite da
dieci minuti “Symphony of glory” che di per se è uno splendido lavoro, in cui
collimano perfettamente melodia ed eticità, caratterizzata da un bellissimo
intro tastieristico, cambi di tempo continui, ed un ottimo guitar work e un
refrain talmente semplice e allo stesso tempo coinvolgente.
Ma andiamo per ordine, è dunque è la speed “Time and space” che ha
l’onore di aprire le danze, preceduta da una simpatica intro “circense”. Questo
è il brano più veloce dell’intero lotto, ed anche uno dei più lunghi, al quale
si contrappongono le melodiche “Miracles” un mid tempo, che cattura l’attenzione
grazie ad un refrain che troviamo quasi subito ad inizio brano e che
caratterizzerà l’intero episodio, e la successiva “Seize the day”, altra canzone
dotata di refrain semplice e immediato immerso in un riff easy che via via si fa
sempre più duro.
Ed infatti c’è ne rendiamo
subito conto nella seguente “Hand of fate” in cui i nostri mettono da parte per
un po’ melodie estreme, per proporci un brano in stile Hammerfall, o anni ‘80 se
preferite; l’esperimento sembra riuscito, grazie anche a dei cambi di tempo che
rendono il brano decisamente più interessante.
“Wings of freedom” passa inosservata, così come la seguente “Spanish eyes” che
pur essendo un pezzo valido non convince in pieno. Questo è senza dubbio il
punto più basso dell’album che prosegue con la trascurabile “No release?” e la
decisamente inutile “Chamber of secrets” pezzo strumentale della durata di quasi
quattro minuti. Superfluo.
I livelli si alzano sul finale con un altro brano di lunga durata “Be thy cross
my victory”, per la quale vale il discorso fatto per l’opener “Time and space”.
La chiusura spetta alla suite “Symphony of glory”, di cui abbiamo già parlato.
Che dire, i nostri sono decisamente sulla strada buona, questo secondo album
deve rappresentare un punto da cui partire perché le potenzialità ci sono,
soprattutto se Thomas Chr.Hansen lasciasse a qualcun altro il microfono e lui si
dedicasse solo alla chitarra.