La mia grande passione per i Gamma Ray ed in particolare per il suo leader
indiscusso Kai Hansen non è mai stata un segreto, ed è quindi con una
grande emozione (e responsabilità) che mi appresto a recensire questo
nuovo capitolo dei raggi gamma, pur sapendo che non potrò essere
imparziale.
Chi ama i Gamma Ray, sa sempre cosa aspettarsi da un loro album, e
difficilmente è rimasto deluso. Fortunatamente siamo di fronte ad una
delle poche band che non ha mai sbagliato un colpo nella propria carriera
che, è giusto ricordare, vede Sua Maestà Kai Hansen e soci sulle scene dal
lontano 1989; proponendo sempre lo stesso sound, fatto di riff melodici,
refrain da head bang, doppia cassa ruleggiante e solo guitar da smorzare
il fiato!
Qualcuno all’epoca nutriva dubbi e perplessità su questa band, qualcuno
ironizzò quando nel 1995 Kai Hansen tornò, dopo la primissima esperienza
con gli Helloween, dietro il microfono per sostituire Ralf Scheepers alla
voce. Da allora è passata tanta acqua sotto i ponti, e sono stati sfornati
tanti grandi album come “Land of the free” e “Somewhere out in space”, che
oggi sono considerati di diritto dei classici che non possono
assolutamente mancare nella cd-teca d’ogni appassionato.
Questo prologo da parte mia era doveroso, dal momento che considero
“Majesty” un album fantastico, probabilmente il più bello, o comunque se
non il più bello, il più maturo dell’intera discografia dei Gamma Ray.
In questo nuovo lavoro ho trovato quella freschezza, quell’entusiasmo e
soprattutto quella voglia di divertirsi e stupire che raramente riesco a
percepire in altri lavori, e che mi portano ad azzardare un “Majesty”
album del 2005!
Diciamoci la verità i Gamma Ray non dovevano dimostrare nulla a nessuno,
sarebbe quindi stato facile per loro, proporre qualcosa di diverso,
sperimentale, (ogni riferimento ad altre band è puramente casuale N.d.A.)
in quanto nessuno avrebbe avuto il coraggio di criticarli, non fosse altro
che per la loro gloriosa carriera.
Ma Kai e compagni sanno cosa i fans si aspettano, e loro non hanno mai
deluso il loro pubblico!
Ed eccoci così di fronte ad una meravigliosa alchimia fatta di suoni e
atmosfere del più classico repertorio dei Gamma Ray, che prende il nome di
“Majesty”.
Maestoso! Ad iniziare dallo splendido artwork, semplice, sobrio ma al
tempo stesso capace di catturare subito l’attenzione dell’ascoltatore,
alla produzione curata nei minimi particolari.
La battaglia ha subito inizio con l’opener “My Temple”, i cui è Daniel
Zimmermann a dettare subito i tempi, seguito a ruota da Sua Maestà Kai
Hansen che esegue un guitar work pulito senza fronzoli, badando più alla
qualità che alla velocità, per le acrobazie stilistiche c’è tempo!
Partendo dalla successiva “Fight”, tre minuti d’adrenalina pura, ottima la
presenza, a dir la verità mai invadente, delle tastiere di Axel Mackenrott,
lo splendido lavoro di Sua Maestà farà il resto.
Ed eccoci di fronte ad una di quelle canzoni che qualitativamente non teme
confronti, “Strange World”, che dopo un avvio cadenzato accelera
vistosamente per sfociare in un ottimo refrain, qui le sei corde di Kai e
Henjo si intrecciano in modo esemplare, sembra quasi che i due si
divertano a prendere in giro l’ascoltatore coi loro continui cambi di
tempo.
Non siamo neanche al giro di boa ed ecco la maestosa “Hell Is Thy Home”,
imponente, grazie ai suoi riff melodici e “cattivi”, in questo episodio
c’è uno dei solo guitar più belli dell’intero album, e un refrain che non
chiede altro che essere cantato a squarcia gola sotto il palco.
La successiva “Blood Religion”, è la sintesi del Gamma Ray stile, una
perfetta alchimia di riff melodici e potenti, cambi di ritmo
impressionanti, e il solito lavoro chitarristico esemplare, come nella
seguente “Condamned To Hell”, dove troviamo anche il refrain più bello
dell’intero album.
Entriamo nella “Hot zone” con “Spiritual Dictator”, si tratta di un brano
che racchiude il tipico clichè Power Metal melodico di cui Kai Hansen è
indiscusso maestro, ed ecco la title track “Majesty”, forse il brano più
“difficile” di questo album, in quanto è stata messa da parte la melodia
per far spazio ad un sound più cupo, orientaleggiante, condito di una
misticità mai sentita prima d’ora, elementi questi che rendono il brano
meno immediato, ma che cresce di intensità col passare degli ascolti.
Siamo così giunti in dirittura d’arrivo, dove ci aspetta un’accoppiata che
fa male… “How Long” e “Revelation”.
“How Long” rasenta la perfezione assoluta, pezzo veloce, melodico, refrain
fantastico, e con un Kai Hansen che si esibisce in acrobazie stilistiche
fra solo guitar sparati a velocità galattiche, scale con sali e scendi
imperiali, degni appunto di Sua Maestà Kai.
La chiusura spetta alla splendida suite “Revelation” della durata di otto
minuti, in cui l’ascoltatore resterà coinvolto dalla prima all’ultima
nota. Si parte decisi con la doppia cassa lanciata in una corsa
devastante, seguita dalle maestrie dei due axemen, che si esaltano e a
loro volta esaltano chi li ascolta, grazie ai riff magici e melodici, che
si mescolano in un’alchimia perfetta quasi a duettare fra loro. Una sorta
di botta e risposta fra Henjo e Kai, con cambi di tempo fra un assolo e
l’altro….signori, qui siamo di fronte a magia pura!
Cosa aggiungere?
Forse la perfezione assoluta non esiste, ma i Gamma Ray, sono la band che
meglio rappresenta questo aggettivo, autori di un album totale, da avere
assolutamente, dopo le tante delusioni che la scena Power ci ha consegnato
in questo 2005, l’unica certezza è che Kai Hansen non sbaglia mai, ed è
ancora una volta riuscito a regalare ai suoi fans un album esemplare,
unico, carico di adrenalina e magia, un lavoro perfetto da ogni punto di
vista, la battaglia a colpi di riff e refrain è appena iniziata, adesso
attendiamo tutti la risposta dei cugini Helloween.
VOTO 9,5/10
RECENSIONE A CURA DI FABIO"defender74"
Dopo la parentesi tributo
al sommo Sacerdote di Giuda di “No World Order”, il team teutonico guidato
da una delle icone del metal europeo, Kai Hansen, torna a fare il proprio
dovere…cioè a sfornare un tipico disco alla Gamma Ray, che si rifà in
buonissima parte alle partiture che andarono a suo tempo a comporre
“Somewhere Out In Space”, una delle più belle fatiche dell’intera
discografia della banda birraiola di Amburgo; un ritorno al passato
(recente) che tuttavia stavolta non arriva a convincere in pieno il
sottoscritto, che comunque non nasconde né ha mai nascosto di non essere
un grossissimo fan di Kai e soci, ma apprezzando solo tiepidamente il suo
operato di musicista, detestando in toto la sua voce e non nascondendo al
tempo stesso di considerare i Gamma Ray del dopo Ralf Scheepers, una brava
band specializzata in colonne sonore per cartoni animati.
Anche stavolta non si fa eccezioni, anzi si tende ad annoiare il più delle
volte l’ascoltatore con idee buone mischiate ad altre totalmente perse per
strada pezzo dopo pezzo. Una buona “My Temple” in classico Gamma Ray style
apre le marce, mentre le seguenti “Fight” e “Strange World” è quanto di
più comico abbia mai sentito fino a ora, in special modo la seconda, al
cui ascolto mi vien da chiedere che razza di genere sia; metal? Pop?
Musica leggera? Boh! Riecheggia in maniera molto vaga anche una ritmata
dei Running Wild più epici e pirateschi in “Blood Religion” (sarà forse un
favore restituito da Mr Hansen a Mr Kasparek quando quest’ultimo copiò lo
stile gammarayano in Angel Of Mercy contenuta in Rogues En Vogue?) che
ridà vita a un disco che finora presenta aspetti tutt’altro che felici, ma
è solo un fuoco di paglia dato che “Condemned To Hell” fa ripiombare nello
sconforto con il suo misto nu-metal iniziale e metal teutonico di bassa
lega.
Mi verrebbe da non proseguire, avendo già sentito abbastanza di quanto più
aberrante potessero concepire i Raggi di Amburgo, ma il mio dovere di
writer mi impone di dare ahimè gli ultimi commenti all’ultima metà del cd
dove non c’è da segnalare nulla di particolarmente accattivante escludendo
una divertente “How Long” deliziata da un tocco indovinato di tastiere che
non stravolgono un buon assetto hard rockeggiante su uno stile più
americano che non tedesco. Tralasciamo il finale rhapsodiano di “Revelation”.
Mi dispiace dover essere così severo con un gruppo che in fondo ha
contribuito e non poco a far si che il suono teutonico predominasse in
Europa e oltre, ma non è bello far sconti solo perché il gruppo porta un
nome affermato come tanti pseudo giornalisti del settore fanno, per cui
riordinare le idee e sfornare dischi all’altezza del nome che si porta.
VOTO 5/10
RECENSIONE A CURA DI
Francesco "Running
Wild"