E finalmente il giorno tanto atteso è arrivato!
Questo 31 ottobre segna il ritorno sulle scene di una delle band che
più famose e allo stesso tempo chiacchierate del panorama Metal
internazionale.
Gli Helloween hanno scelto questa data infatti, per lanciare il loro
nuovo album, il tanto atteso “Keeper of the Seventh Keys – The Legacy”,
in altre parole il terzo capitolo della saga del custode delle sette
chiavi, che ebbe inizio nel lontano 1987 per proseguire un anno dopo.
Due degli album più belli e magici che siano mai stati realizzati.
Purtroppo però sono passati quasi vent’anni, è caduto il muro di
Berlino, l’Unione Sovietica non esiste più, l’Inter ha vinto uno
scudetto, e gli Helloween, malgrado la buona volontà, non sono gli
stessi del 1987, sono cambiati gli uomini, mancano due elementi
fondamentali che contribuirono a rendere unici quei due capitoli,
ovvero la voce di Michael Kiske, e Kai Hansen il quale ha trovato
fortuna altrove.
Ma andiamo con ordine.
Per prima cosa bisogna sottolineare il fatto che questo album è forse
il migliore dell’era Deris. Sì, perché per poter apprezzare in toto
questo lavoro bisogna entrare nell’ottica che gli Helloween del 2005
con gli Helloween del 1987 in comune hanno solo il nome, e due membri
fondatori, Markus Grosskopf e il veterano Michael Weikath.
La storia della band di Amburgo è divisibile in due tronconi, dagli
esordi nel lontano 1985, fino all’abbandono di Kiske nel 1993, per poi
proseguire l’anno successivo ed arrivare ai giorni nostri con numerosi
cambi di line up che hanno visto tra l’altro l’avvicendarsi di
drummers del calibro di Uli Kusch, Mark Cross, Stefan Schwarzmann,
fino all’attuale Dani Löble, che si è rivelato un ottimo acquisto.
Come dicevo, questo “Keeper…” è senza dubbio il miglior prodotto degli
Helloween dal 1994. Tuttavia perde nel confronto coi grandi lavori del
passato. Il confronto è inevitabile vista la scelta coraggiosa quanto
azzardata del titolo, quel “Keeper of the Seventh Keys”, appunto, che
richiama alla memoria momenti di gloria irripetibili, in cui la band
unita più che mai, seppe realizzare qualcosa di immenso che neanche
gli attuali “superstiti” potrebbero ripetere. Dirò di più, anche
un’eventuale reunion, con Kiske e Hansen, non potrebbe ricreare mai e
poi mai la stessa magia di quel biennio, intorno al quale nacquero i
primi due capitoli del Keeper album.
Da più parti ci si è chiesto se è stato giusto “sfruttare” questo
nome, lo stesso Kai Hansen ha fatto notare come un “Keeper” senza lui
e Kiske non sia un vero “Keeper”, molti fan hanno attaccato Weikath
ancor prima di sentire il lavoro, e questo è un errore in quanto si
tratta effettivamente un buon album.
È innegabile inoltre, che ci sia stato uno stillicidio di critiche
forse esagerato. Io stesso, nonostante la mia fede incondizionate per
gli Helloween, ho storto il naso quando ho saputo la scelta del nome
del nuovo album, ma, c’è da dire anche, che è da molti anni che si
chiedeva a Weikath quando avrebbero rilasciato un nuovo “Keeper”. Ogni
album degli Helloween è stato accostato, paragonato ai due Keeper, e
ovviamente nel confronto hanno sempre perso, almeno da oggi in poi
questo accostamento non verrà più fatto, salvo che dal primo novembre
non si inizi a richiedere un “Keeper IV”.
Dopo questo lungo prologo, alquanto doveroso, per poter entrare meglio
nell’ottica dell’ascolto di questo album, mi appresto a raccontarvi,
la saga finale del “Keeper III”.
Per prima cosa salta all’occhio la produzione mastodontica, curata in
ogni minimo dettaglio, un lavoro davvero autorevole, che comprende due
CD, part I e part II, quasi a voler ancora esorcizzare il passato con
richiami, seppur velati, ai primi capitoli, che, come non tutti sanno,
anche il “Keeper” I e II inizialmente dovevano nascere come un’unica
grande opera.
L’artwork richiama i temi del “Keeper Part II” pur non riuscendo a
trasmettere le stesse emozioni, si tratta comunque di una soluzione
che vede nel compromesso fra passato e futuro un timbro di sicuro
interesse.
Come detto la produzione pomposa di questo lavoro è un punto fermo.
Grande risalto è stato dato sia alla batteria del nuovo arrivato Dani,
il quale non ha perso tempo a mostrare tutto il proprio valore, sia
alle parti di basso del veterano Markus Grosskopf, mai così in primo
piano prima d’ora.
Grande rilevo anche alle squisitezze tecniche dei due chitarristi, che
hanno svolto un lavoro davvero encomiabile per tutta la durata
dell’album.
Il primo CD comprende brani di alto livello tecnico, e compositivo
come l’iperbolica “The King for A 1000 Years”, brano, questo si, che è
degno di poter essere accostato ai primi due “Keeper”, e che avrebbe
trovato certamente spazio anche in uno dei primi due capitoli.
Inoltre sono presenti la più diretta “The Invisible Man”, l’easy “Born
on Judgment Day”, le più happy metal “Mrs. God” e “Silent Rain” e la
decisa “Pleasure Drone”, pezzo che “fa male”.
Il rendimento cala purtroppo notevolmente nel secondo dischetto, che
comprende sette brani (uno in più del precedente CD) fra cui troviamo
la “nostalgica” “Occasion Avenue”, brano interessante che strizza
l’occhio al passato, la ballad “Light The Universe (feat. Candice
Night)”, che risulterà priva di quel pathos che solo “In The Middle
Of A Heartbeat” ma soprattutto “A Tale That Wasn't Right” sono
riuscite a regalare in passato.
Il punto più scialbo è rappresentato da “Do You Know What You're
Fighting For” e la successiva “Come Alive”, mentre “The Shade In The
Shadows” sembra voler ridisegnare i valori in campo proponendoci un
pezzo a dir poco straordinario con un Andi Daris esaltato.
Ma dietro l’angolo c’è in agguato l’ennesimo calo di rendimento, e di
idee, ovvero la scialba “Get It Up”.
Il “Keeper III” si chiuderà con una classica canzone Happy Metal
(genere coniato proprio dagli Helloween), che risponde al nome di “My
Life For One More Day”.
De seguito un dettagliato approfondimento per ogni canzone.
The King for A 1000 Years
Signori, qui siamo di fronte ad un pezzo totale, una song di
dimensioni bibliche, per poter parlare di questa canzone occorrerebbe
una rece a parte, per quanto è bella, e per ciò che riesce a
trasmettere all’ascoltatore.
Dopo una breve intro speakerata, il ritmo soave e cadenzato dei primi
minuti è destinato ad elevarsi in un impietoso e devastante refrain.
L’intera struttura del brano è estremamente pomposa, si nota la mano
di tutta la band nella composizione, il work guitar non da scampo,
Weikath e Sascha si esibiscono in acrobazie stilistiche fra un riff e
un refrain Questa suite della durata di quattordici minuti è un
continuo rincorrersi fra manovre eleganti, e cambi di tempo con
accelerazioni di proporzioni cosmiche, il suo refrain vi rapirà, vi
coinvolgerà, e in breve tempo non potrete fare a meno di esaltarvi
come se fosse sotto il palco in stato confusionale!
Ogni volta che il brano sembra volgere alla sua conclusione, rinasce
più impietoso e pomposo di prima, grazie anche ai solo guitar decisi e
devastanti, di Weikath e Sascha.
Che dire, questo pezzo è uno di più belli e intensi mai scritti dagli
Helloween, unica pecca forse è che arriva troppo presto all’interno
del “Keeper III”, da questo momento in poi, l’album è destinato a
subire un inevitabile calo, in quanto nessun altro brano reggerà il
confronto con l’opener track.
The Invisible Man
Sulle ali dell’entusiasmo, per il brano appena ascoltato, si
prosegue con un altro pezzo di assoluto valore, “The invisibile Man”,
nel quale non passa inosservato l’ottimo lavoro di Grosskopf, e di
Sascha Gerstner autore di questo brano.
I ritmi si mantengono elevati fino allo straordinario momento in cui
Sascha si esibisce un solo che dona al brano quel tocco magico in più.
Born on Judgment
Day
Dopo un breve intro “elettronico” che fa storcere il naso ai più
puristi (compreso il sottoscritto) del genere, anche questo episodio
entra subito nel vivo, grazie ad un riff delizioso e un refrain
accattivante, ma il vero timbro del successo di questo brano è dovuto
ad uno splendido duetto fra Grosskopf e Dani Löble, impietoso dietro
le pelli, capace di una prova autorevole.
Pleasure Drone
Ed eccoci arrivati ad uno dei brani più interessanti dell’intero
lotto, deciso, senza tanti fronzoli. Ancora una volta l’artefice è
Sascha Gerstner, che si dimostra song dopo song un autentico
schiacciasassi.
Mrs. God
Siamo di fronte ad una canzone simpatica, a tratti ironica, anche
nel cantato di Andi Deris, che dimostra di essere in forma smagliante.
Anche il lavoro alle chitarre risulta convincente, nonostante un riff
decisamente “ostico”, ma che a lungo andare riesce a trascinare
l’ascoltatore, in attesa del refrain in perfetto stile Happy Metal!
Unico neo come per la già citata “Born on Judgment Day”, il vistoso
utilizzo dell’elettronica specie nel finale.
Silent Rain
Ecco nascere dal connubio Deris/Sascha un brano di stampo
tipicamente Helloweeniano, e dobbiamo dire che non ci dispiace
affatto, anzi, questo è forse il primo vero brano Happy Metal del
Keeper III.
L’attesa è stata ripagata da una prova convincete, la doppia cassa
torna a spadroneggiare, i guitar solo si fanno graffianti, ed il
refrain semplice e pulito rappresenta un punto fermo all’interno del
brano.
Occasion Avenue
Una radio è sintonizzata su un canale che trasmette “Eagle Fly
Free”, “Halloween”, ed altri successi della band di Amburgo fino a
quando il sintonizzatore non si ferma sulla voce di Andi Deris.
Dopo questa breve intro nostalgica, “Occasion Avenue” entra nel vivo
per esplodere in un refrain autorevole. Anche in questo caso, come è
avvenuto per l’opener del primo dischetto, siamo di fronte di un’opera
complessa e articolata che supera la barriera dei 10 minuti, una vera
suite che coinvolge per pathos ed adrenalina.
Il ritmo resta elevato per gran parte del pezzo, i cori epici che
accompagnano la song, rendono il brano più battagliero e ruleggiante.
Light The Universe
(feat. Candice Night)
È arrivato il momento della ballad, “Light the Universe”, nella
quale Andi Deris si esibisce in un duetto con Candice Night (Blackmore’s
Night e moglie del famosissimo Ritchie Blackmore) non nuova a questo
tipo di partecipazioni. La sua splendida voce si mescola perfettamente
con quella di Andi, i due sembrano rispondersi a colpi di fioretto, e
sciabola, dolce e sensuale lei, più diretto e aggressivo lui.
Un brano ben confezionato, al quale tuttavia manca il tocco magico per
creare quelle atmosfere che abbiamo vissuto ascoltando in passato “A
Tale That Wasn't Right” (NdDef unica vera ballad mai scritta dagli
Helloween)
Do You Know What
You're Fighting For
Ecco il primo vero passo falso, nel complesso la canzone è anche
carina, simpatica, con un refrain easy, ma a tratti, da l’impressione
che sia decisamente un brano fuori contesto, rispetto a quanto
ascoltato fino ad ora, decisamente trascurabile.
Come Alive
Ennesima breve intro che si avvale dell’elettronica, anche se,
fortunatamente, solo per pochi secondi. Anche per questo brano vale lo
stesso discorso fatto per il precedente, si tratta di una canzone
semplicissima, piatta, priva di idee che non aggiunge nulla, anzi,
all’album.
The Shade In The
Shadows
Ma come un fulmine a ciel sereno, ecco ciò che non ti aspetti, un
vero deus ex machina, che in un baleno fornisce la soluzione
provvidenziale e insperata, sottoforma di riff aggressivi, e un
refrain deciso che attacca per tutta la breve,ma piacevole, durata
della canzone.
Get It Up
Altro buco nell’acqua, rappresentato dall’ennesimo brano fuori
contesto, intendiamoci, non sono brutte canzoni, ma danno più
l’impressione, come per le due già citate in precedenza, di essere
state inserite in corso d’opera, all’interno di un prodotto già
collaudato che poteva fare tranquillamente a meno di queste aggiunte.
In alcuni tratti si ha quasi l’impressione che siano dei brani scritti
per “colmare una lacuna”, ma a questo punto, non sarebbe stato più
saggio rinunciare a tre brani e pubblicare un unico CD, invece dei due
proposti?
My Life For One
More Day
Ma quando i giochi sembrano ormai finiti, ecco arrivare l’ultimo
colpo di coda, “My Life For One More Day” brano scritto
dall’accoppiata vincente Grosskopf/Deris, ed è subito evidente la
differenza coi brani citatati poco fa, le atmosfere si fanno
decisamente più speed, i riff più caldi e coinvolgenti, la doppia
cassa a dominare la scena, e un Andi sempre sugli altari da
protagonista. Notevole anche il lavoro di Sascha alle sei corde autore
di un solo guitar devastante, per la serie “quando il gioco si fa
duro…”
Nel complesso dunque
un buon album che avrebbe potuto rendere decisamente di più se si
fosse rinunciato a quei due o tre pezzi alquanto inutili e soprattutto
se la gigantesca ed elegante “The King for A 1000 Years” avesse
trovato una collocazione più adeguata all’interno del lavoro.
Cos’altro aggiungere? Questo album è destinato a tutti gli amanti del
Power Metal, fan degli Helloween e non, sappiate però che se vi
aspettate un seguito dei primi due “Keeper” resterete delusi, se
invece vi avvicinerete a questo album con la mente sgombra da
pregiudizi, risusciterete certamente ad appezzarlo per ciò che è,
ovvero un ottimo album, ma non un “Keeper” album, e personalmente
ritengo che sia giusto così.
Se i due Keeper sono considerati storici e leggendari, tali devono
restare, e tali resteranno!
Happy Happy Helloween