“Death
to posers and keep the faith alive!”
Questi sono i 3 Inches Of Blood, una
band la cui scuola di pensiero è basata sulla fede e l’amore per l’Heavy
Metal, ed in effetti, di riferimenti ai loro proclami di veri “Defenders” se
ne possono trovare nei testi, nell’artwork battagliero e all’interno delle
pagine del booklet, ma diciamoci la verità, questo ruolo è meglio lasciarlo ai
Manowar.
Bando
alle ciance, è arrivato il momento di parlare di “Fire up the blades”,
terzo lavoro per il combo canadese, album che non è distante da ciò che i 3 Inches Of Blood ci avevano fatto sentire coi due precedenti,
“Battlecry Under a Winter Sun”, ma in modo più marcato “Advance and
Vanquish”.
La band che nasce sette anni fa a
Vancouver, ha visto nel corso di questi anni numerosi cambi di line up.
A Jamie Hooper e Sunny Dhak, unici superstiti del debut album, si sono aggiunti
strada facendo, Matt Wood proveniente dai dei Goatsblood, band canadese dalle
influenze doom, Justin Hagberg alla chitarra in seguito all’abbandono di Bobby
Froese e il battersita Alexei Rodriguez (ex- Walls of Jericho) subentrato a Matt
Wood.
Ma la svolta è stata senza dubbio l’entrata in pianta stabile nella band del
vocalist Cam Pipes il quale duettando con Jamie Hooper alla voce rappresenta
l’innovazione più interessante di questo progetto che, val la pena ricordare,
basa le proprie radici su un sound datato anni ’80, con palesi influenze
targate Accept, King Diamond, Judas, Maiden, Running Wild, Mercyful Fate,
Exciter il tutto assemblato in un sound retrò, ma con produzione moderna, e
soprattutto l’innovativa doppia voce.
Venendo alla tracklist, in questo “Fire up the Blades”, troviamo ben tredici
brani, tutti di buona fattura, i momenti migliori sono in apertura con
"Night Marauders" e “The Goatrider’s Horde” in cui possiamo
apprezzare il duetto ruvido/acuto tra i vocalists, così come in “God of the
cold White Silence”.
L'aggressiva "Demon's Blade" segue la convincente “Forest King”
che con “Infinite Legions” sono a mio parere i brani più belli
dell’intero lotto. Le restanti tracce non aggiungono nulla, trattandosi di
pezzi anonimi difficilmente memorizzabili, del resto, questo avviene quando si
vuole ad ogni costo rimanere ancorati ad un determinato stile.
Il problema della simpatica band canadese è che nella voglia di voler
“strafare” hanno creato qualcosa difficilmente collocabile, fraseggi
maideniani, doppia cassa roboante, influenze power-thrash con tanto di riffoni,
e qua e la momenti più epici.
Tutto questo è troppo, pur non risultando mai noiosi e scontati, è difficile
pensare che i “puristi” possano apprezzare fino in fondo questa band.
Probabilmente agli ascoltatori più in erba questo lavoro potrà piacere
tantissimo, quella della doppia voce, non è certo un’idea datata anni ’80,
e si ha quasi l’impressione che la band tenda a tenere un piede di qua e un
piede di là.
“Fire up the Blades”, è uno di quegli album che si lasciano ascoltare, e
anche molto bene, nel primo periodo, forse cavalcando l’onda dell’entusiasmo
per la novità, ma che presto, corre il rischio di finire nel
dimenticatoio.
Da rivedere.