Raramente ci si imbatte
in un album di tale impatto e bellezza, undici canzoni che vanno
ascoltate tutte d’un fiato, senza respiro, e che non lasciano scampo
per il loro coinvolgimento emotivo. Undici brani in cui la passione e
il divertimento di fare musica sono visibili dalla prima all’ultima
nota, riff by riff, refrain dopo refrain, e così quasi senza
accorgersene ci si ritrova a riascoltare questo album, quasi
ipnotizzati, fino a quando ogni singolo passaggio non sarà assimilato
a tal punto da poter dire: “Questo album è un capolavoro!”
Come? Ancora lì
a leggere? Cosa state aspettando, andate a prenotare “Hellforces”
dei
Majesty, saranno soldi spesi bene! Come?
Ancora non vi basta?
Ok
allora mettetevi comodi e continuate a leggere queste righe.
Quarto album per i Majesty che dopo tre anni tornano sulle
scene col nuovo “Hellforces”, degno successore del precedente “Reign in glory”, nel nome del vero HEAVY METAL!!
Il
clichè è sempre lo stesso, che ha accompagnato la band teutonica nel
corso della propria carriera, iniziata quasi dieci anni fa
-precisamente nel 1997- tuttavia è con questo ultimo capitolo che i
Majesty raggiungono la definitiva consacrazione nel panorama Metal, un
album che segna la definitiva maturità artistica e compositiva.
Non
potrete credere alle vostre orecchie, quando dopo “The blessing”,
l’intro battagliera nel nome dell’Heavy Metal, subentra la
maestosa Title Track, “Hellforces”, canzone di facile ascolto,
caratterizzata da una struttura easy e con un chorus bello ruffiano che non passa
certamente inosservato, il tutto condito da uno strepitoso Guitar
solo.
Riff, ricerca nelle melodie, refrain
lunghi e ripetuti, che spesso terminano in Fade Out, cambi di tempo e
fraseggi fra le due chitarre, batteria ruleggiante, rappresentano il
minimo comune denominatore della band.
E così la marcia prosegue con la successiva “Dance with the demon”,
brano meno diretto del precedente, nel quale i tempi scendono
concretamente rispetto la title track, pur mantenendo le
caratteristiche epiche già ascoltate in precedenza, e che poi
ritroveremo anche negli episodi successivi. Si tratta di un brano che
fa da collante alla prima vera magia dell’album, “Sons of a new
millennium”, una canzone d’altri tempi, una vera dichiarazione di
guerra, nella quale ritroviamo tutti gli elementi già citati in
precedenza, nonché un refrain adrenalinico, che non aspetta altro che
essere cantato a squarciagola sotto il palco!
“Heavy
metal desire”, è il nome del brano che segue, cos’altro
aggiungere? Primo episodio in cui la batteria diventa “cattiva”
ruleggiante, il solito refrain devastante accompagnato da cori epici
farà il resto, conducendoci sino al brano seguente “March for
victory”, nel quale il ritmo cala ancora una volta, a fronte di una
bella song molto
"catchy", ma allo stesso tempo decisa ed elegante. Provare
per credere.
Adesso però fermi tutti.
Siamo giunti al punto più alto di tutto il lotto, un trittico
micidiale, che inizia con la sublime “Like a raptor”, si tratta di
una mid tempo, caratterizzato da un lavoro di chitarra plasmato ad
Hoc, con un ritornello che inizialmente sembra non debba dir nulla, ma
che in realtà sale ascolto dopo ascolto, grazie soprattutto al
refrain che introduce lo stesso in modo indiscreto.
Stupendo
il Guitar solo inserito perfettamente fra una serie di ritornelli
interminabili.
Ma il bello deve ancora arrivare, un soave arpeggio chitarristico apre
la definitiva consacrazione di questo album, allo status di
capolavoro, “Guardians of the dragon grail”, ovvero l’heavy
metal quello senza tanti fronzoli, quello che qualcuno vorrebbe
chiudere nel cassetto dei ricordi, ma anche quello che non morirà mai
e che a noi “Defender” piace tanto. La batteria torna a picchiare,
l’epicità tocca livelli di guardia, il refrain è di quelli che
restano nella testa e non se ne può più fare a meno, anche quando ad
intonarlo è una splendida voce femminile. Le sei corde sembrano
infiammarsi durante il guitar solo, il tutto per cinque lunghissimi
devastanti minuti!
“Freedom heart”, arriva come la quiete dopo la tempesta, è la
ballad, una song impostata inizialmente su ritmi cadenzati, per poi
salire in fase di refrain, il tutto con alle spalle una tempesta
condita di tuoni, vento e fulmini…apoteosi!
Siamo
quasi giunti in dirittura d’arrivo, “Fight forever”, è il brano
che ci vuole per una giusta pausa, prima dell’epilogo, che giunge
con altre due song di valore assoluto, prima “Nowhere man”, unico
brano nel quale si sente l’utilizzo dei sintetizzatori, dosati
tuttavia in modo oculato, senza dunque stravolgere il
tema che ormai si era delineato per tutta la durata dell’album.
L’epilogo spetta a “Metal
law 2006”, brano col quale si torna all’attacco, un colpo di coda
inaspettato dopo il precedente episodio. Anche in questo caso la
batteria torna a far male, il refrain, energico fa presa diretta e si
inserisce in un contesto già collaudato, così come l’ennesimo
Guitar solo schiacciasassi.
Consigliato
a tutti gli amanti del genere, fate vostro questo album, ascoltatelo,
riascoltatelo, assimilatelo, imparatelo a memoria e fatelo diventare
parte integrante dei vostri ascolti quotidiani!
HAIL
HAIL TO MAJESTY!