Quando nella propria formazione si ha la possibilità di schierare
individualità del calibro di Michael Romeo, è quasi naturale che il
livello di tutta la band si eleva ad un gradino sopra la media.
E dunque, il genio e la sregolatezza, del talentuoso guitar hero, al quale
non si può imporre alcun canone, lascia il segno coi sui riff graffianti
in episodi come Domination e la successiva
The Serpent’s Kiss, e solo-guitar degni di nota come in Seven o la
straordinaria (ma ne parleremo in seguito) Paradise Lost
Sono trascorsi ben cinque anni ormai da quando li il combo statunitense,
ha realizzato “The Odyssey”, ovvero quello che probabilmente è considerato
il loro miglior album (anche se personalmente ritengo la doppietta The
Divine Wings of Tragedy e Twilight in Olympus, non inferiore al lavoro
datato 2002),
Si parte alla grande con la splendidaintro Oculus Ex Inferni che ha il
compito di annunciare nel migliore dei modi il nuovo Paradise Lost, si
tratta di una intro tecnicamente perfetta, con quel tocco di teatralità e
drammaticità (elementi che ritroveremo più volte nel corso di questo
album) capaci di deliziare subito l’ascoltatore , che quasi senza
rendersene conto si ritroverà catapultato nella coinvolgente Set The World
On Fire, brano in cui spicca il refrain melodico a cospetto di una song
che segue binari ben più schematici, cosi come avviene nelle successive
Domination e The Serpent’s Kiss, che personalmente, non aggiungono nulla
al valore dell’album nel suo insieme, risultando alla lunga due tracce
piatte e prive di pathos.
Quel pathos che invece ritroviamo nella Title-Track Paradise Lost, una
vera a propria opera d’arte, introdotta magistralmente da un solo di
piano seguito da una melodica intro, con il valore aggiunto della
splendida voce di Russel Allen, anche nel momento in cui la song “prende
il volo” resta padrona di quel pathos iniziale che ritroviamo nella sua
interezza nello splendido refrain, seguito ancora una volta dalla melodia
prodotta delle tastiere di Michael Pinnella.
L’intermezzo composto dal doppio refrain seguito dallo splendido solo
guitar, ricorda tanto i migliori Queensryche o Dream Theater, che dir si
voglia.
Il finale col suo fare rallentato, per poi riesplodere nella totalità del
suo refrain, segna la fine di questa che è sicuramente una delle canzoni
più belle dei Symphony X e decisamente la più coinvolgente di questo
settimo lavoro della band del New Jersey
Dopo un’atmosfera tanto suggestiva, si prosegue con Eve Of Seduction, un
pezzo più “duro” almeno nelle intenzioni iniziali, visto il breve intro
batteristico, e il seguente riff “cattivo”, intenzioni che vengono
confermate per tutta la durata della canzone, con in più un bridge e un
refrain melodico.
Ecco la prima mezza delusione, The Walls Of Babylon, con la sua intro
orientaleggiante che prosegue per ben tre minuti, prima di sfociare in una
struttura alquanto piatta, risulta poco incisiva, senza alcun piglio,
quasi un mix di vari pezzi male assemblati nel loro insieme.
La successiva Seven viaggia sugli stessi binari del precedente pezzo, ma a
differenza di The Walls Of Babylon, ha quanto meno il merito di disporre
di un refrain orecchiabile
In questo caso le vien fuori ml’anima neoclassica della band, il tutto è
molto interessante peccato che alla lunga troppi virtuosismi possano
risultare noiosi.
The Sacrifice è una classica ballad , con buoni spunti, ma che nel
complesso risulta prevedibile e alquanto scontata, il riff melodico e il
solo piano di sicuro interesse non bastano per far spiccare il volo a
questa ballad.
Una ballad deve necessariamente emozionare, se questo non avviene siamo di
fronte ad una buona canzone, si, ma nulla di più, canzone che nel giro di
pochi ascolti finirà nel dimenticatoio.
Ed eccoci arrivati all’ultimo brano del lotto, la suite Revelation (Divus
Pennae Ex Tragoedia), il rischio delle suite o comunque delle canzoni che
superano i cinque barra sei minuti di durata è quello di risultare
prevedibile, schematica, se non si ha un’idea concreta con una testa e una
coda è inutile cimentarsi in lunghe canzoni destinate a diventare un
assemblaggio di vari riff e refrain messi qua e la inframmezzati da
qualche assolo, che però nel loro insieme han poco da dire.
Come già capitato nella precedente The Walls Of Babylon anche in questa
closing-track, i Symphony X si cimentano in un pezzo privo di impatto, il
cui unico spunto di interesse è il susseguirsi di solo guitar altisonanti.
Peccato dunque che i livelli raggiunti durante la magnifica Paradise Lost
e Set The World On Fire, siano stati episodi sporadici, all’interno di un
contesto al quanto normale,
Un album che si assesterebbe sulla tranquilla sufficienza, che però si
eleva ad un sette pieno grazie alla meravigliose perle già citate.
Personalmente continuo a preferire il precedente The Odyssey, a questo
Paradise Lost, che intendiamoci è un buon prodotto, destinato comunque ai
fans più fedeli della band.
Chi si avvicina per la prima volta ai Symphony x, (ed è già grave che
questo avvenga solo oggi) a parer mio dovrebbe dirottare il proprio
interesse ad altri episodi della band, vedi The Divine Wings of Tragedy o
Twilight in Olympus.
VOTO 7/10
RECENSIONE A CURA DI FABIO"defender74"